La condizione femminile di fine ottocento è veramente terribile. Donne maltrattate, per niente emancipate nella loro condizione di genere, sociale ed economica, sempre succubi dei loro mariti, padri, amanti, ecc.
Virginia Di Martino, docente di Letteratura italiana presso l’Università Federico II di Napoli, nel suo ultimo saggio “Per ora basta a me stessa” Carolina Invernizio e i romanzi che leggeva mia nonna, attraverso un’analisi di crimini e trame, evidenzia come la Invernizio non sia una scrittrice “sciatta” o puramente conservatrice. Nei suoi romanzi c’è un campionario impressionante di violenze domestiche, femminicidi ante litteram, stupri, ricatti economici e donne private di ogni diritto legale o sociale.

L‘operazione culturale che compie la Invernizio si può spiegare così:
1. La denuncia attraverso il “Grand Guignol” (Il genere horror/splatter)
La Invernizio non scriveva saggi politici sull’emancipazione, ma mostrava la realtà nuda e cruda portandola all’eccesso. Mostrare mariti sadici che segregano le mogli, padri padroni che vendono le figlie o amanti che distruggono la reputazione di una donna per denaro era, di fatto, un modo per mettere sotto gli occhi di tutti (soprattutto delle lettrici donne) la loro reale condizione di schiavitù.
- Lei stessa era una donna che lavorava, guadagnava moltissimo e gestiva i propri contratti in un’epoca in cui le donne non avevano nemmeno il diritto di voto o l’autorizzazione maritale per gestire i propri soldi. Sapeva benissimo cosa significasse l’oppressione di genere.
2. Il paradosso dell’algoritmo: Denuncia nei fatti, Conservazione nella morale
Qui sta il cortocircuito ideologico della Invernizio, ed è il motivo per cui Eco la inserisce nel “Superuomo di massa”:
- La Denuncia: Per 400 pagine, la Invernizio ti mostra che il matrimonio borghese è un inferno, che le leggi degli uomini sono ingiuste e che la società schiaccia le donne. Questa è l’operazione culturale di svelamento.
- La Soluzione (Mancata): Quando però si arriva al finale, la Invernizio non propone mai una rivoluzione o un’emancipazione reale. La donna “buona” si salva solo se accetta di perdonare il marito pentito, se torna a fare la madre sottomessa o se interviene la Provvidenza divina a rimettere le cose a posto.
Insomma, la Invernizio grida: “Guardate come soffrono le donne!”, ma poi sussurra: “Però sopportate, siate virtuose, perché solo così sarete premiate in cielo o dal destino”.
3. La nascita della solidarietà femminile (La vera operazione culturale)
C’è un aspetto, tuttavia, in cui la Invernizio fa vera e propria politica di genere: le reti di solidarietà tra donne. Nei suoi libri, quando una donna è in pericolo, spesso le istituzioni (fatte da uomini: polizia, giudici, medici) non la capiscono o la condannano. Chi la aiuta? Altre donne: la serva fedele, la madre, l’amica, a volte persino la prostituta dal cuore d’oro.
Questo creava una forte complicità con il suo pubblico, composto da sarti, operaie, casalinghe. Leggendo quelle storie, le donne dell’Ottocento trovavano uno spazio in cui la loro sofferenza privata diventava un’esperienza collettiva. Capivano di non essere sole.
4. Il Verismo “popolare”
Mentre gli scrittori veristi come Verga fotografavano la miseria in modo distaccato e pessimista, la Invernizio usava il delitto e il melodramma come esche. Il crimine nei suoi romanzi non è solo un fatto di sangue, è lo strumento per scardinare l’ipocrisia della famiglia patriarcale dell’Ottocento.
In conclusione
Quella della Invernizio è una denuncia involontaria o limitata. Voleva scuotere le coscienze mostrando l’orrore della condizione femminile, ma non aveva gli strumenti ideologici (o il coraggio commerciale) per dire alle donne di ribellarsi apertamente al sistema. Ha preferito essere una testimone spietata del male, offrendo però alla fine il solito anestetico consolatorio. Insomma, mostrare l’orrore (femminicidi), di cui spesso l’assassino è uno di casa e conseguentemente consolare gli spettatori del suo arresto.
Purtoppo, però, smascherato il crimine poco o niente si fa se non quello di fare cortei, formazione nelle scuole, convegni ecc. Tutto diventa mediatico.
Oggi il femminicidio e la violenza di genere subiscono esattamente lo stesso processo di “giallizzazione” e spettacolarizzazione che Paolacci e Ronco denunciano in Tu uccidi e che Eco rintracciava nella letteratura di consumo.
L’arresto del colpevole “di casa” (il partner, l’ex, il familiare) diventa la catarsi che chiude la puntata del talk show domenicale. Lo spettatore tira un sospiro di sollievo perché “giustizia è fatta”, e la società si auto-assolve attraverso il rito mediatico del corteo, del post indignato su Instagram o del convegno. Ma, spenti i riflettori, le strutture profonde (economiche, culturali, patriarcali) rimangono intatte.
In questo scenario frustrante, Carolina Invernizio ha moltissimo da insegnarci, ma forse non nel modo in cui penseremmo. Ci offre una lezione “al negativo”, mostrandoci lo specchio di ciò che stiamo diventando.
Ecco tre insegnamenti fondamentali che possiamo trarre dalla sua opera:
1. La spettacolarizzazione anestetizza la rabbia
La Invernizio ci insegna che quando trasformi la tragedia strutturale in un “racconto dell’orrore” avvincente (il Grand Guignol, il melodramma), ottieni un effetto perverso: intrattieni il pubblico invece di mobilitarlo.
- Ieri le lettrici piangevano sulle pagine della Invernizio per la “sepolta viva”; oggi noi guardiamo le ricostruzioni in 3D dei delitti familiari.
- In entrambi i casi, l’emozione provata (il pianto, la rabbia, l’indignazione) si esaurisce nell’atto stesso di consumare il media. Il corteo o il convegno rischiano di diventare la versione moderna del finale della Invernizio: un rito sociale che serve a “sfogare” la tensione emotiva per poi rimettere ognuno al proprio posto, senza che cambi nulla nella quotidianità.
2. Se l’azione resta individuale, il sistema si salva
Nelle trame della Invernizio, la violenza sulle donne viene risolta o dall’eroe buono che punisce il cattivo, o dalla sottomissione/sopportazione della vittima che viene premiata dal destino. La soluzione è sempre individuale.
- Questo è il grande errore da cui la Invernizio ci mette in guardia involontariamente: oggi, pensare che il problema della violenza di genere si risolva solo arrestando il singolo colpevole (il “mostro”) o facendo “formazione nelle scuole” (spesso delegata alla buona volontà di singoli progetti) è un’illusione inverniziana.
- Se non si aggrediscono i nodi politici reali (il divario salariale che rende le donne economicamente dipendenti dai mariti, la mancanza di asili nido, i tagli ai centri antiviolenza), stiamo solo aspettando che l’algoritmo produca la prossima vittima per poi replicare lo stesso identico copione mediatico.
3. Smascherare l’ipocrisia del “Focolare Domestico”
C’è però una lezione “in positivo” che la Invernizio ci lascia. Lei, nell’Ottocento, ebbe il coraggio commerciale di dire una verità che la società borghese voleva nascondere: il pericolo maggiore per una donna è dentro casa, non fuori.
- Mentre la letteratura alta parlava d’amore ideale, la Invernizio descriveva i mariti come aguzzini e le mura domestiche come prigioni.
- Oggi la cronaca ci dice che la maggior parte dei femminicidi avviene in ambito familiare. La Invernizio ci insegna a non fidarci della retorica della “famiglia tradizionale e perfetta” come luogo intrinsecamente sicuro. Ci dice che il delitto non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di una violenza quotidiana, economica e psicologica, che la società spesso decide di non vedere finché non scorre il sangue.
In conclusione: Oltre l’algoritmo della consolazione
Umberto Eco direbbe che oggi la gestione del femminicidio è diventata la più grande “macchina di consolazione” dello Stato moderno. Fare convegni e cortei è la “variazione minima” di un algoritmo che permette alle istituzioni di dire: “Ce ne stiamo occupando”, senza dover fare riforme strutturali profonde e costose.
La Invernizio ci insegna che se continuiamo a trattare i problemi politici come se fossero capitoli di un romanzo d’appendice, rimarremo per sempre intrappolati nella sua stessa stanza: quella in cui si piange per le vittime, si condanna il cattivo, ma il mondo, fuori dal libro, resta esattamente lo stesso.
Tuttavia la Di Martino nei suoi saggi rivela che, tra «gente che muore, dismuore e occasionalmente rimuore», tra scandali e processi sensazionali, emerge una figura femminile molto diversa dal solito «modello tipologico […] della fanciulla perseguitata» assolutamente priva di «candore» e «semplicità».

Nei romanzi successivi, infatti, dopo aver tranquillizzato il lettore offrendogli quello che si aspetta (delitti, agnizioni, e così via), Invernizio presenta un’eroina autonoma, forte, indipendente, capace di vivere senza il sostegno di un uomo, mediamente istruita (ma molto istruita, se guardiamo al tasso di analfabetismo, in generale e femminile in particolare, di quel tempo).
