Con la Prof.ssa Lara Corvatta abbiamo approfondito l’Obiettivo della sessione tecnologica del Convegno.
Chatta col Giallo: “Nella sessione laboratoriale, successiva a quella letteraria, gli studenti non saranno semplici ascoltatori, ma utilizzeranno l’Intelligenza Artificiale Generativa applicata ai testi letterari (Lettura Aumentata) per dialogare virtualmente con l’autrice e i suoi personaggi, sperimentando le nuove frontiere della didattica digitale (l’IA come professore).
La Premessa metodologica: Spiegare cosa sia il RAG (Retrieval-Augmented Generation), che è quello di costringere la macchina a muoversi solo ed esclusivamente all’interno del “recinto” dei dati scelti (i libri dei relatori, le opere di Carolina, le relazioni del mattino) e non sul ‘mare aperto’ di Internet.
Come funziona sul palco: Invece di chiedere agli studenti di “insegnare” all’IA chi è Carolina, l’esperto digitale avrà caricato nella ‘pancia’ i seguenti documenti:
30% Biografia e Romanzi (La voce di Carolina).
50% Saggi, articoli, recensioni, libri dei relatori .
20% Le relazioni e/o le slide proiettate durante la mattina (L’attualità e il True Crime).
Con questo mix, l’IA non “allucinerà” e l’avatar della Invernizio sarà perfettamente sintonizzato sulle esatte tematiche di educazione civica, diritto e finzione che i ragazzi avranno appena ascoltato in aula.
L’attività dei ragazzi: Gli studenti devono fare un “Interrogatorio al Buio”. Dal pubblico faranno domande spontanee basandosi solo su quello che hanno appena ascoltato la mattina stessa dai relatori.
L’efficacia: Diventa un esercizio di ascolto attivo della mattinata che potrà continuare in classe in tempi successivi. L’IA risponderà in tempo reale e i ragazzi verificheranno in diretta se quello che ha detto la macchina coincide con la relazione delle relatrici.
IL DIZIONARIO DELLA INVERNIZIO
A scopo esercitativo e con l’aiuto della IA abbiamo provato a realizzare un “Carolina’s Dictionary”, accostando al termine antico (es. Romanzo d’appendice) quello corrispondente moderno (es. Web-series). Di seguito un’interessante tabella:
“CAROLINA’S CODE: DALLA DISPENSA ALLA PIATTAFORMA”
IL LINGUAGGIO DI CAROLINA (1886)
IL LINGUAGGIO DI NETFLIX / OGGI
SPIEGAZIONE DEL “CODICE”
Romanzo d’appendice
Serial / TV Series
La storia divisa in segmenti per creare fedeltà nel tempo.
“Continua nel prossimo numero”
Cliffhanger
L’arte di interrompere sul più bello per creare dipendenza (Binge-reading vs Binge-watching).
Morte apparente / Sosia
Plot Twist
Il colpo di scena estremo che ribalta la verità e “shocca” l’utente.
La sepolta viva / L’orfana
Trope (Archetipo)
Temi ricorrenti che il pubblico riconosce subito e di cui è ghiotto.
Dispensa a pochi centesimi
Freemium / Subscription
Contenuto a basso costo ma ad altissima diffusione di massa.
L’estetica dello stupore
Visual Hook / Thumbnail
Un titolo o un’immagine “da brivido” che ti costringe a cliccare (o comprare).
Nina la poliziotta
Strong Female Lead
La protagonista femminile che rompe gli schemi e guida l’azione.
La Regina del Macabro
Showrunner / Creator
L’autore che diventa un “brand” riconoscibile e amato dai fan.
“CAROLINA’S CODE: IL LINGUAGGIO DEL DELITTO”
IL MONDO DI CAROLINA (1886)
IL MONDO DEL TRUE CRIME (OGGI)
IL MECCANISMO PSICOLOGICO
Il “Fattaccio” di cronaca
True Crime / Deep Dive
Prendere un crimine reale e analizzarlo fino ai dettagli più torbidi.
L’estetica dell’orrore
Gore / Noir Aesthetic
Il piacere (terribile) del pubblico nel vedere i dettagli del macabro.
Il “mostro” da prima pagina
Criminal Profiling
Trasformare l’assassino in un personaggio studiato nei suoi tratti malvagi.
Semeiotica del decoro
Social Outcast / Stigma
Il contrasto tra la “buona famiglia” e il segreto inconfessabile che nasconde.
Il colpo di scena giudiziario
Legal Thriller / Courtroom Drama
La tensione dell’aula di tribunale o dell’errore giudiziario (come la sepolta viva).
La vittima virtuosa
Survivor Story
Il focus non solo sul delitto, ma sulla resilienza e il riscatto di chi sopravvive.
La condizione femminile di fine ottocento è veramente terribile. Donne maltrattate, per niente emancipate nella loro condizione di genere, sociale ed economica, sempre succubi dei loro mariti, padri, amanti, ecc.
Virginia Di Martino, docente di Letteratura italiana presso l’Università Federico II di Napoli, nel suo ultimo saggio “Per ora basta a me stessa”Carolina Invernizio e i romanzi che leggeva mia nonna, attraverso un’analisi di crimini e trame, evidenzia come la Invernizio non sia una scrittrice “sciatta” o puramente conservatrice. Nei suoi romanzi c’è un campionario impressionante di violenze domestiche, femminicidi ante litteram, stupri, ricatti economici e donne private di ogni diritto legale o sociale.
L‘operazione culturale che compie la Invernizio si può spiegare così:
1. La denuncia attraverso il “Grand Guignol” (Il genere horror/splatter)
La Invernizio non scriveva saggi politici sull’emancipazione, ma mostrava la realtà nuda e cruda portandola all’eccesso. Mostrare mariti sadici che segregano le mogli, padri padroni che vendono le figlie o amanti che distruggono la reputazione di una donna per denaro era, di fatto, un modo per mettere sotto gli occhi di tutti (soprattutto delle lettrici donne) la loro reale condizione di schiavitù.
Lei stessa era una donna che lavorava, guadagnava moltissimo e gestiva i propri contratti in un’epoca in cui le donne non avevano nemmeno il diritto di voto o l’autorizzazione maritale per gestire i propri soldi. Sapeva benissimo cosa significasse l’oppressione di genere.
2. Il paradosso dell’algoritmo: Denuncia nei fatti, Conservazione nella morale
Qui sta il cortocircuito ideologico della Invernizio, ed è il motivo per cui Eco la inserisce nel “Superuomo di massa”:
La Denuncia: Per 400 pagine, la Invernizio ti mostra che il matrimonio borghese è un inferno, che le leggi degli uomini sono ingiuste e che la società schiaccia le donne. Questa è l’operazione culturale di svelamento.
La Soluzione (Mancata): Quando però si arriva al finale, la Invernizio non propone mai una rivoluzione o un’emancipazione reale. La donna “buona” si salva solo se accetta di perdonare il marito pentito, se torna a fare la madre sottomessa o se interviene la Provvidenza divina a rimettere le cose a posto.
Insomma, la Invernizio grida: “Guardate come soffrono le donne!”, ma poi sussurra: “Però sopportate, siate virtuose, perché solo così sarete premiate in cielo o dal destino”.
3. La nascita della solidarietà femminile (La vera operazione culturale)
C’è un aspetto, tuttavia, in cui la Invernizio fa vera e propria politica di genere: le reti di solidarietà tra donne. Nei suoi libri, quando una donna è in pericolo, spesso le istituzioni (fatte da uomini: polizia, giudici, medici) non la capiscono o la condannano. Chi la aiuta? Altre donne: la serva fedele, la madre, l’amica, a volte persino la prostituta dal cuore d’oro.
Questo creava una forte complicità con il suo pubblico, composto da sarti, operaie, casalinghe. Leggendo quelle storie, le donne dell’Ottocento trovavano uno spazio in cui la loro sofferenza privata diventava un’esperienza collettiva. Capivano di non essere sole.
4. Il Verismo “popolare”
Mentre gli scrittori veristi come Verga fotografavano la miseria in modo distaccato e pessimista, la Invernizio usava il delitto e il melodramma come esche. Il crimine nei suoi romanzi non è solo un fatto di sangue, è lo strumento per scardinare l’ipocrisia della famiglia patriarcale dell’Ottocento.
In conclusione
Quella della Invernizio è una denuncia involontaria o limitata. Voleva scuotere le coscienze mostrando l’orrore della condizione femminile, ma non aveva gli strumenti ideologici (o il coraggio commerciale) per dire alle donne di ribellarsi apertamente al sistema. Ha preferito essere una testimone spietata del male, offrendo però alla fine il solito anestetico consolatorio. Insomma, mostrare l’orrore (femminicidi), di cui spesso l’assassino è uno di casa e conseguentemente consolare gli spettatori del suo arresto.
Purtoppo, però, smascherato il crimine poco o niente si fa se non quello di fare cortei, formazione nelle scuole, convegni ecc. Tutto diventa mediatico.
Oggi il femminicidio e la violenza di genere subiscono esattamente lo stesso processo di “giallizzazione” e spettacolarizzazione che Paolacci e Ronco denunciano in Tu uccidi e che Eco rintracciava nella letteratura di consumo.
L’arresto del colpevole “di casa” (il partner, l’ex, il familiare) diventa la catarsi che chiude la puntata del talk show domenicale. Lo spettatore tira un sospiro di sollievo perché “giustizia è fatta”, e la società si auto-assolve attraverso il rito mediatico del corteo, del post indignato su Instagram o del convegno. Ma, spenti i riflettori, le strutture profonde (economiche, culturali, patriarcali) rimangono intatte.
In questo scenario frustrante, Carolina Invernizio ha moltissimo da insegnarci, ma forse non nel modo in cui penseremmo. Ci offre una lezione “al negativo”, mostrandoci lo specchio di ciò che stiamo diventando.
Ecco tre insegnamenti fondamentali che possiamo trarre dalla sua opera:
1. La spettacolarizzazione anestetizza la rabbia
La Invernizio ci insegna che quando trasformi la tragedia strutturale in un “racconto dell’orrore” avvincente (il Grand Guignol, il melodramma), ottieni un effetto perverso: intrattieni il pubblico invece di mobilitarlo.
Ieri le lettrici piangevano sulle pagine della Invernizio per la “sepolta viva”; oggi noi guardiamo le ricostruzioni in 3D dei delitti familiari.
In entrambi i casi, l’emozione provata (il pianto, la rabbia, l’indignazione) si esaurisce nell’atto stesso di consumare il media. Il corteo o il convegno rischiano di diventare la versione moderna del finale della Invernizio: un rito sociale che serve a “sfogare” la tensione emotiva per poi rimettere ognuno al proprio posto, senza che cambi nulla nella quotidianità.
2. Se l’azione resta individuale, il sistema si salva
Nelle trame della Invernizio, la violenza sulle donne viene risolta o dall’eroe buono che punisce il cattivo, o dalla sottomissione/sopportazione della vittima che viene premiata dal destino. La soluzione è sempre individuale.
Questo è il grande errore da cui la Invernizio ci mette in guardia involontariamente: oggi, pensare che il problema della violenza di genere si risolva solo arrestando il singolo colpevole (il “mostro”) o facendo “formazione nelle scuole” (spesso delegata alla buona volontà di singoli progetti) è un’illusione inverniziana.
Se non si aggrediscono i nodi politici reali (il divario salariale che rende le donne economicamente dipendenti dai mariti, la mancanza di asili nido, i tagli ai centri antiviolenza), stiamo solo aspettando che l’algoritmo produca la prossima vittima per poi replicare lo stesso identico copione mediatico.
3. Smascherare l’ipocrisia del “Focolare Domestico”
C’è però una lezione “in positivo” che la Invernizio ci lascia. Lei, nell’Ottocento, ebbe il coraggio commerciale di dire una verità che la società borghese voleva nascondere: il pericolo maggiore per una donna è dentro casa, non fuori.
Mentre la letteratura alta parlava d’amore ideale, la Invernizio descriveva i mariti come aguzzini e le mura domestiche come prigioni.
Oggi la cronaca ci dice che la maggior parte dei femminicidi avviene in ambito familiare. La Invernizio ci insegna a non fidarci della retorica della “famiglia tradizionale e perfetta” come luogo intrinsecamente sicuro. Ci dice che il delitto non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di una violenza quotidiana, economica e psicologica, che la società spesso decide di non vedere finché non scorre il sangue.
In conclusione: Oltre l’algoritmo della consolazione
Umberto Eco direbbe che oggi la gestione del femminicidio è diventata la più grande “macchina di consolazione” dello Stato moderno. Fare convegni e cortei è la “variazione minima” di un algoritmo che permette alle istituzioni di dire: “Ce ne stiamo occupando”, senza dover fare riforme strutturali profonde e costose.
La Invernizio ci insegna che se continuiamo a trattare i problemi politici come se fossero capitoli di un romanzo d’appendice, rimarremo per sempre intrappolati nella sua stessa stanza: quella in cui si piange per le vittime, si condanna il cattivo, ma il mondo, fuori dal libro, resta esattamente lo stesso.
Tuttavia la Di Martino nei suoi saggi rivela che, tra «gente che muore, dismuore e occasionalmente rimuore», tra scandali e processi sensazionali, emerge una figura femminile molto diversa dal solito «modello tipologico […] della fanciulla perseguitata» assolutamente priva di «candore» e «semplicità».
Nei romanzi successivi, infatti, dopo aver tranquillizzato il lettore offrendogli quello che si aspetta (delitti, agnizioni, e così via), Invernizio presenta un’eroina autonoma, forte, indipendente, capace di vivere senza il sostegno di un uomo, mediamente istruita (ma molto istruita, se guardiamo al tasso di analfabetismo, in generale e femminile in particolare, di quel tempo).
La narrazione del crimine per la Invernizio è sempre politica, come ai nostri giorni, perchè affronta il tema della cultura della giustizia, di bene e male, di morale ed etica, di stereotipi.
La narrazione del crimine non è mai solo intrattenimento. Raccontare un delitto significa sempre decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi è la vittima e chi è il carnefice. Significa, in ultima analisi, fare politica (nel senso più alto del termine: determinare la visione del mondo di una società).
Se colleghiamo la narrazione del crimine della Invernizio ai nostri giorni (pensiamo ai plastici di Porta a Porta, ai podcast di True Crime come Indagini o alle serie come Mare Fuori), l’algoritmo politico e culturale si rivela in tutta la sua potenza.
Ecco come la Invernizio ha anticipato la nostra attuale “politica del crimine“:
1. Il crimine come “Deviazione” (e non come sintomo)
Sia per la Invernizio che per molta della narrazione televisiva odierna, il crimine non è quasi mai visto come il risultato di una società ingiusta, della povertà o della mancanza di istruzione.
La politica della Invernizio: Il crimine è causato dalla “malvagità innata” del singolo o dal “vizio” (il gioco, la lussuria, l’avidità).
Oggi: Spesso nei talk show di cronaca nera si preferisce mostrare il colpevole come un “mostro” o un “pazzo isolato”. Perché? Perché se il male è del singolo, la società è salva. Non dobbiamo interrogarci sulle falle dello Stato o del sistema; basta chiudere in cella il “mostro” per sentirci di nuovo dalla parte dei buoni. Questo è un posizionamento politico conservatore potentissimo.
2. La creazione e la difesa degli Stereotipi
La Invernizio campava di stereotipi, che erano la base della sua morale ed etica. C’era la “madre santa”, la “seduttrice diabolica”, il “nobile decaduto e corrotto”.
Oggi: La narrazione del crimine moderna fa la stessa cosa. Pensa a come i media descrivono spesso la vittima ideale (deve essere “innocente”, “solare”, “una brava ragazza”) e il carnefice ideale. Se la vittima non rientra nello stereotipo (magari faceva una vita fuori dagli schemi), scatta subito la colpevolizzazione della vittima (victim blaming).
Questa è politica pura: significa usare la cronaca nera per ribadire quali comportamenti sono accettabili per la società e quali no.
3. La Cultura della Giustizia: Vendetta vs Stato
Qui c’è un cortocircuito interessantissimo tra ieri e oggi sul piano dell’etica:
Nelle storie della Invernizio, la giustizia formale (i tribunali, i giudici) è spesso lenta o inefficiente. C’è bisogno che il “bene” si organizzi da solo, o che intervenga la Provvidenza. C’è una forte spinta verso la giustizia poetica (il cattivo che muore male, quasi per punizione divina).
Oggi: Viviamo nell’epoca del “populismo penale” mediatico. I processi si fanno in televisione o sui social a colpi di commenti. La narrazione del crimine oggi cavalca l’onda della pancia del paese: si chiede “certezza della pena”, “buttiamo la chiave”, trasformando il dibattito etico sulla riabilitazione del carcerato in un’arena da colosseo. La narrazione di oggi ci educa alla vendetta, proprio come faceva la Invernizio con le sue punizioni esemplari.
In conclusione: Il crimine che “conferma” il potere
Umberto Eco, analizzando questo meccanismo nel Superuomo di massa, direbbe che la narrazione del crimine (dall’Ottocento a oggi) ha una funzione politica ben precisa: canalizzare la paura.
Invece di farci arrabbiare per le ingiustizie politiche ed economiche reali, veniamo distratti dal “delitto della porta accanto”. Proviamo paura, poi sdegno, e infine sollievo quando il colpevole viene preso.
Il messaggio politico finale, ieri come oggi, è sempre lo stesso: “Il mondo è pieno di lupi, quindi tenetevi stretto l’ordine attuale, obbedite alle regole e non cercate di cambiare il sistema.”
Il libro “Tu uccidi. Come ci raccontiamo il crimine” di Antonio Paolacci e Paola Ronco (edito da effequ), è la versione contemporanea ed empirica delle teorie di Umberto Eco applicate alla cronaca nera e al genere crime.
Essendo loro stessi scrittori di gialli (autori della serie del vicequestore Nigra), sanno benissimo come si costruisce una storia di finzione. E in questo saggio fanno una cosa importantissima: mostrano come i media, la politica e noi spettatori applichiamo lo schema della finzione alla realtà dei delitti.
Già il titolo parafrasa il famosissimo Io uccido di Giorgio Faletti (un noir di enorme successo), ma sposta il focus su un “Tu”. Quel “Tu” siamo noi, la società che, nel modo in cui “racconta” e consuma il delitto, compie una seconda violenza.
Ecco un’analisi dei punti chiave di Tu uccidi che si collegano perfettamente ai discorsi sull’algoritmo consolatorio e sulla politica del crimine:
1. La “Giallizzazione” della realtà (L’algoritmo dei media)
Paolacci e Ronco notano che, a partire dalla fine degli anni Novanta e i primi Duemila, il giornalismo italiano ha iniziato a trattare i casi di cronaca vera come se fossero romanzi gialli o puntate di CSI.
I titoli dei giornali usano espressioni come “Il giallo dell’ereditiera scomparsa” o “L’autopsia svelerà il mistero”.
L’inganno consolatorio: Trasformare un omicidio reale in un “giallo” serve a rassicurarci. Perché nel giallo c’è un’escalation programmata: indizi, sospetti, e alla fine la catarsi (la scoperta del colpevole). Trattare la realtà come finzione ci fa credere che la giustizia sia un gioco logico in cui, alla fine della puntata, il cattivo va in galera e l’ordine viene ripristinato (esattamente come diceva Eco).
2. La realtà dei dati contro la finzione dei media
Il libro è ricchissimo di dati statistici che smontano la percezione comune. Gli autori spiegano che l’omicidio reale è caotico, sfaccettato e spesso figlio di dinamiche sociali complesse.
La narrazione mediatica, invece, stringe l’inquadratura solo su un punto: stanare il mostro.
I talk show si concentrano su dettagli irrilevanti dal punto di vista statistico (la provenienza geografica, l’etnia, i dettagli scabrosi), creando uno schema manicheo e rigido: il Bene Assoluto contro il Male Assoluto. Questa è la stessa identica struttura della Invernizio.
3. La strumentalizzazione politica e il “Populismo Penale”
Questo è il punto in cui la narrazione diventa politica pura. Paolacci e Ronco spiegano come la distanza tra la realtà del crimine e la percezione alterata che ne abbiamo venga usata dalla comunicazione politica per spostare consensi elettorali.
Cavalcare la paura del “mostro” o dello “straniero” permette di invocare leggi speciali, più polizia, più telecamere.
Ci dicono che siamo in pericolo, creando un’ansia collettiva, per poi offrirci la soluzione a buon mercato: la punizione esemplare. Il delitto diventa così lo specchio e lo strumento per educare la società a un’idea di “sicurezza” basata sull’esclusione del diverso.
4. La catarsi ipocrita dello spettatore
Come scriveva anche la rivista Minima et Moralia recensendo il libro, sviscerare una strage atroce reale come se fosse una trama avvincente ci trasforma in “carnefici dell’altro”.
Guardare il circo mediatico e puntare il dito contro il colpevole ci fa sentire più innocenti. Pensiamo: “Il male è in quella persona lì, così diversa da me. Io sono dalla parte giusta”.
Questa è la funzione suprema del Superuomo di massa moderno: non è più un personaggio della TV, siamo noi spettatori che, attraverso il giudizio morale sui social o davanti alla TV, ci sentiamo i “supereroi della normalità” che difendono la virtù.
In sintesi
Il saggio di Paolacci e Ronco ci racconta che il crimine oggi non è mai un atto neutro. È un’operazione ideologica. Ci si rifugia nello “schema fisso” del giallo per non dover affrontare la complessità del perché si uccide oggi nella nostra società.
Proprio come succedeva con i romanzi d’appendice dell’Ottocento, l’importante è che la verità finale non intacchi mai la nostra comoda rappresentazione del mondo.
I casi di Enzo Tortora (1983) e i fatti del G8 di Genova del 2001 (o le durissime sentenze e cariche sui fatti di Torino legati ai movimenti studenteschi/No Tav, spesso accostati nei dibattiti sulla giustizia) sono due esempi enormi, quasi dei “traumi nazionali”, che incarnano alla perfezione la tesi di Paolacci e Ronco e il nucleo del pensiero di Eco.
In entrambi i casi assistiamo al totale fallimento dell’algoritmo consolatorio, ed è proprio per questo che sono casi allarmanti: squarciano il velo dell’illusione.
Ecco un’analisi di questi due eventi attraverso le lenti della “politica del crimine”:
1. Il Caso Tortora: Il “Mostro” costruito a tavolino
Il caso del presentatore Enzo Tortora è il prototipo di come i media e una parte della magistratura creino un personaggio da “romanzo d’appendice” per dare in pasto al pubblico ciò che vuole.
La costruzione del colpevole: Tortora era l’uomo di successo, elegante, amato. Quando i pentiti di camorra lo accusarono (senza prove), i media non cercarono la verità fattuale, ma cavalcarono la trama del “giallo perfetto”: l’insospettabile con la doppia vita.
La funzione politica e consolatoria: Mostrare Tortora in manette serviva a dimostrare che lo Stato era forte, che la giustizia colpiva anche i “potenti” e i famosi. Il pubblico televisivo provò quel brivido di finta giustizia e indignazione morale.
Il cortocircuito: Quando si scoprì che era un colossale errore giudiziario basato sul nulla, l’algoritmo si spezzò. Il pubblico non si sentì più rassicurato dallo Stato-Eroe, ma terrorizzato: se è successo a lui, che è ricco e famoso, può succedere a chiunque. La “macchina della consolazione” si era trasformata in una macchina da incubo.
2. I fatti del G8: Quando lo Stato non è il “Superuomo”
Che si parli di Genova 2001 (definito da Amnesty International “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”) o dei processi torinesi legati alle proteste, qui lo schema di Eco viene completamente ribaltato.
La narrazione iniziale (I buoni contro i cattivi): All’inizio, la narrazione politica e mediatica ha cercato di applicare lo stereotipo classico: da un lato le forze dell’ordine (i difensori dell’ordine e dello status quo, i “superuomini” di massa), dall’altro i manifestanti descritti in blocco come “i cattivi”, i distruttori.
La verità che rompe lo schema: Quando le inchieste e i video (grazie alla tecnologia che toglie il monopolio del racconto ai media tradizionali) hanno mostrato le torture nella caserma di Bolzaneto, l’irruzione alla scuola Diaz o l’uso sproporzionato della forza, la narrazione è crollata.
Il trauma politico: Lo spettatore si è trovato davanti a un paradosso inaccettabile per l’algoritmo consolatorio: i difensori dell’ordine stavano commettendo il crimine. Non c’era più un eroe che riparava il mondo, ma l’autorità stessa che creava il caos.
Perché questi casi ci lasciano angosciati?
Nel saggio Tu uccidi, Paolacci e Ronco spiegano che noi leggiamo storie di crimini per sentirci dire che l’autorità (la polizia, il giudice, lo Stato) ci proteggerà e che le regole funzionano.
Quando analizzi il caso Tortora o il G8, capisci l’allarme:
La Giustizia non è un algoritmo perfetto: Può essere pigra, vendicativa, influenzata dai media o usata come arma politica.
Il Male non è sempre “esterno”: A volte il male indossa la divisa o siede sullo scranno di un tribunale.
Questi eventi storici sono l’esatto opposto di Un Posto al Sole o di Beautiful. Sono pezzi di realtà cruda che non si possono risolvere in 45 minuti con un lieto fine. Ci costringono a fare i conti con la complessità, con la politica vera e con la fragilità dei nostri diritti.
È forse per questo che, dopo aver fatto i conti con la realtà di casi come Tortora, la tentazione di rifugiarsi in un’ora di televisione rassicurante e prevedibile diventa ancora più forte?
Umberto Eco considerava la Invernizio la “madre” di un algoritmo oggi molto praticato. Se oggi infatti abbiamo le soap opera o i cinecomic rassicuranti, è perché nell’Ottocento lei ha perfezionato la ricetta del romanzo d’appendice (i romanzi a puntate nei giornali).
La Invernizio è la pioniera assoluta del “rassicurante e consolatorio“:
1. Il “Delitto” come scusa per l’Ordine
I romanzi della Invernizio (dai titoli incredibili come La sepolta viva o Il bacio di una morta) iniziano sempre con un evento terribile: un tradimento, un omicidio, un complotto terribile che distrugge una famiglia.
Perché è rassicurante? Perché il lettore sa già che, dopo 500 pagine di sofferenze atroci, la verità trionferà. Il male viene sempre punito in modo plateale. Non c’è mai il dubbio che il cattivo possa farla franca.
2. La morale di ferro
Mentre i grandi scrittori del suo tempo (come Verga o Zola) scrivevano storie dove i poveri restavano poveri e la vita era ingiusta, la Invernizio offriva una morale rigida e confortante:
La donna virtuosa viene sempre premiata.
Il vizio viene sempre punito.
L’ordine sociale (la famiglia, il matrimonio, la proprietà) non deve essere mai messo in discussione.
3. Il linguaggio “senza sorprese”
Eco faceva notare che la Invernizio scriveva in un modo che oggi definiremmo “standard” o addirittura “sciatto”. Ma era una scelta (o un effetto) funzionale:
Il lettore non doveva faticare sulla lingua. La lettura doveva scorrere via veloce, come un binario già tracciato. Non c’era spazio per l’ambiguità o per l’introspezione psicologica profonda. I personaggi erano “buoni” o “cattivi” in modo totale, proprio come i supereroi.
Il paradosso del “Giallo rassicurante”
La cosa divertente è che la Invernizio scriveva storie piene di cadaveri, cripte, veleni e sangue, ma era la cosa meno “trasgressiva” del mondo.
Era come un film dell’orrore per famiglie: ti dà un brivido di paura superficiale, ma ti assicura che sotto il letto non c’è nessun mostro che la polizia (o la Provvidenza) non possa sconfiggere.
La definizione di Eco
Umberto Eco diceva che Carolina Invernizio non era una “scrittrice” nel senso artistico, ma una “onesta artigiana della consolazione”. Lei non voleva scuotere le coscienze, voleva che le sartine e gli operai dell’Ottocento tornassero a casa e, leggendo le sue storie, pensassero: “Il mondo è un posto terribile, ma se sono onesto e seguo le regole, alla fine tutto andrà bene”.
In sintesi l’algoritmo, potrebbe essere il seguente:
L’”algoritmo” è quella sequenza fissa di istruzioni che l’Invernizio applicava a ogni suo libro. Era così metodica che sembrava scritta da un software ante litteram progettato per generare commozione e rassicurazione.
Ecco i passaggi della “Formula Invernizio” che Umberto Eco avrebbe individuato:
1. L’Innesco: Il Caos nel nido
Il punto di partenza è sempre la famiglia borghese (o una nobiltà onesta). Tutto è perfetto finché un elemento esterno (il cattivo, la seduttrice, il traditore) rompe l’equilibrio.
L’obiettivo: Far sentire il lettore in pericolo. Se succede a loro, potrebbe succedere a me.
2. La Discesa agli Inferi (Il “Brivido”)
Qui l’algoritmo genera situazioni estreme. La protagonista (spesso una donna purissima) subisce torture psicologiche o fisiche:
Viene sepolta viva.
Viene accusata ingiustamente di infedeltà.
Perde i figli.
La funzione: Tenere il lettore incollato alla pagina con il gusto del macabro e del melodramma, ma senza mai farlo dubitare della bontà della vittima.
3. La Provvidenza (Il Superuomo “legale”)
Nella Invernizio interviene spesso un eroe che è un difensore della legge e della morale: un detective onesto, un parente fedele o semplicemente il Caso (che per lei è la mano di Dio).
Questo eroe non cambia la società, la pulisce dal marcio.
4. La Punizione Esemplare
L’algoritmo della Invernizio non prevede il perdono. Il cattivo deve morire male o impazzire. Non c’è ambiguità: il male è un virus che va estirpato per far tornare la salute nel corpo della società.
5. Il Ripristino (Lieto Fine Rassicurante)
L’ultima pagina dell’algoritmo riporta tutto al punto 1.
Il matrimonio viene celebrato.
L’onore è salvato.
La ricchezza torna ai legittimi proprietari.
Lo schema “Logico” dell’opera
Possiamo visualizzare questa struttura come un ciclo chiuso, tipico della letteratura di massa:
Perché Eco la definisce una “macchina”?
Eco diceva che la Invernizio (e i suoi eredi) non scrivono storie, ma “confermano aspettative”. Se l’algoritmo saltasse un passaggio (ad esempio, se la cattiva vincesse o se la vittima non fosse davvero innocente), il lettore di massa si sentirebbe tradito e ansioso.
È lo stesso motivo per cui oggi, se in un film di James Bond lui morisse nei primi dieci minuti e il cattivo conquistasse il mondo senza spiegazioni, lo spettatore chiederebbe il rimborso del biglietto: l’algoritmo della consolazione è stato violato.
I moderni “algoritmi” di Netflix, che suggeriscono serie tutte simili tra loro, sono i discendenti digitali di questo modo di scrivere della Invernizio.
L’esempio di STRANGER THINGS
Stranger Things è il “manuale d’istruzioni” definitivo dell’estetica della ripetizione e del superuomo di massa moderno.
Nonostante sembri una storia di mostri e avventura, segue perfettamente l’algoritmo della Invernizio e le teorie di Eco, ma con un aggiornamento fondamentale: la nostalgia.
Ecco come funziona “l’algoritmo Strange Things”:
1. Il ritorno all’Ordine (Status Quo)
Ogni stagione inizia con i ragazzi che giocano a Dungeons & Dragons in cantina. È la pace domestica degli anni ’80.
L’innesco: Arriva il mostro (il Demogorgone o Vecna) che rappresenta il “Male Assoluto”.
La risoluzione: Alla fine della stagione, i ragazzi sconfiggono la minaccia e tornano… in cantina a giocare. Il mondo “normale” non scopre mai la verità. L’ordine sociale è salvo e segreto.
2. Eleven: Il Superuomo di Massa moderno
Eleven (Undici) è il perfetto esempio di superuomo di Eco:
Poteri divini, desideri banali: Ha poteri telecinetici immensi, ma tutto ciò che vuole è essere una “ragazza normale”, mangiare waffle (gli Eggo) e avere un fidanzato.
La guardiana: Come Superman, non usa i poteri per cambiare il sistema politico o prevenire la Guerra Fredda. Li usa solo per chiudere il portale che il “cattivo” ha aperto. È un’eroina reattiva: agisce solo se disturbata.
3. L’estetica della ripetizione (La Nostalgia)
Qui Stranger Things supera la Invernizio. La consolazione non deriva solo dal lieto fine, ma dal riconoscimento delle citazioni:
Il piacere del pubblico non è scoprire cosa succede, ma riconoscere il riferimento a E.T., I Goonies, Alien o Stephen King.
Eco direbbe che questo è il massimo del “già noto”: guardiamo una cosa nuova che però ci ricorda costantemente qualcosa di vecchio. È una doppia consolazione.
4. L’algoritmo narrativo
Lo schema di ogni stagione è identico. Possiamo visualizzarlo così:
Perché ci rassicura?
Il Male è esterno: Il male non è dentro di noi o nella nostra società, viene da un’altra dimensione (il Sottosopra). Questo ci solleva da ogni colpa: basta chiudere la porta e siamo di nuovo “i buoni”.
Il gruppo vince sempre: La forza dell’amicizia risolve problemi che nemmeno l’esercito può gestire. È una fantasia consolatoria potentissima per chi si sente impotente nella realtà.
In conclusione
Stranger Things è la versione moderna dei romanzi d’appendice dell’Ottocento. Sostituisci le cripte della Invernizio con il Sottosopra e le damigelle perseguitate con dei ragazzini in bicicletta, e avrai lo stesso risultato: una meravigliosa macchina per non farci pensare ai problemi del mondo vero.
Prima di soffermarci sui temi del Convegno del 25 settembre è d’obbligo presentare questa scrittrice molto popolare e prolifica della letteratura italiana, vissuta tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Spesso definita la “regina del feuilleton” (il romanzo d’appendice), Carolina fu capace di appassionare milioni di lettori, nonostante l’ostilità della critica colta del tempo.
La Vita: Tra realtà e mistero
Origini: Nacque a Voghera il 28 marzo 1851. Per anni dichiarò di essere nata nel 1858, una piccola “civetteria” per apparire più giovane che mantenne per tutta la vita.
L’esordio ribelle: Durante gli studi magistrali a Firenze, rischiò l’espulsione per aver pubblicato un racconto intitolato Amore e morte sul giornale della scuola. Questo titolo anticipava già i temi che l’avrebbero resa celebre.
Una vita borghese: A differenza delle trame scandalose che scriveva, condusse una vita tranquilla e rispettabile. Sposò Marcello Quinterno, un ufficiale dell’esercito, e visse tra Torino e Cuneo.
Il successo commerciale: Fu una vera “macchina da scrivere”, arrivando a produrre oltre 150 romanzi. Il suo legame con la casa editrice Salani fu storico: l’editore creò per lei una collana dedicata che divenne un pilastro del mercato editoriale dell’epoca.
Lo Stile e le Tematiche
Il successo della Invernizio risiedeva nella sua capacità di mescolare ingredienti capaci di colpire l’immaginazione popolare:
Il Macabro e il Nero: Fu la “madre del giallo all’italiana”. Le sue storie sono piene di cimiteri, morti apparenti, delitti efferati e atmosfere gotiche.
Passioni estreme: Amori proibiti, tradimenti, vendette feroci e orfani perseguitati.
Il linguaggio: Scriveva in modo semplice, talvolta trascurato (motivo per cui fu aspramente criticata da intellettuali come Gramsci, che la definì “onesta gallina della letteratura”), ma estremamente efficace nel creare suspense.
Sicuramente “Il bacio d’una morta” (1886) è considerato il capolavoro del genere noir-popolare di Carolina Invernizio. È un romanzo che condensa perfettamente tutti gli elementi del suo stile: amore, tradimento, mistero e il terrore della morte apparente.
Perché ebbe così tanto successo?
Questo romanzo toccava corde sensibilissime per il pubblico dell’epoca:
Il Tabù della Sepoltura Viva: Nell’Ottocento, la paura di essere sepolti vivi (tafofobia) era una fobia collettiva molto diffusa. La Invernizio sfruttò questa paura trasformandola in un motore narrativo potentissimo.
La contrapposizione netta tra Bene e Male: Clara rappresenta l’angelo del focolare perseguitato, mentre Nara è la “femme fatale” distruttrice. I lettori sapevano esattamente per chi parteggiare.
Il ritmo cinematografico: Anche se il cinema non esisteva ancora come lo conosciamo, la struttura del libro è fatta di continui colpi di scena e “cliffhanger” alla fine di ogni capitolo, tecnica tipica dei romanzi che uscivano a puntate sui giornali.
Una curiosità: Le trasposizioni
Il successo fu tale che il romanzo fu adattato più volte per il grande schermo, la prima volta nel 1917 (pochi mesi dopo la morte dell’autrice) e la più famosa nel 1949, a testimonianza di come le sue storie abbiano influenzato il melodramma e il cinema popolare italiano per decenni.
In autunno, si svolgerà a Senigallia un Convegno sulla scrittrice Carolina Invernizio vissuta a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, e scomparsa esattamente 110 anni fa. Tale iniziativa nasce dalla volontà della Fondazione Rosellini di Senigallia di restituire dignità scientifica e sociologica a una delle figure più discusse e vendute della letteratura italiana. Spesso liquidata dalla critica d’élite come autrice di “libri per serve”, Invernizio rappresenta in realtà la radice pulsante dell’immaginario popolare moderno.
La visione della Fondazione è inoltre quella di trasformare quest’appuntamento letterario in un laboratorio vivo: non una semplice celebrazione nostalgica quindi, ma una rilettura critica che utilizzi il “giallo” e il “noir” come lenti per interpretare la modernità, i linguaggi dei media contemporanei e le dinamiche di potere tra i generi.
In effetti, il convegno si pone l’obiettivo di dimostrare come la produzione inverniziana abbia creato, con un secolo di anticipo, le strutture narrative che oggi dominano le piattaforme di streaming (Netflix, Disney+) e i format televisivi di approfondimento giudiziario (Infotainment).
Nel percorso di questa originale avventura, però, la Fondazione non è sola, perché è venuta a conoscenza del fatto che Invernizio è stata riscoperta di recente da una studiosa del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Napoli Federico II, prof.ssa Virginia di Martino, autrice di un testo dal titolo “Per ora basto a me stessa”. Carolina Invernizio e i romanzi che leggeva mia nonna. Da qui è scaturito un protocollo d’intesa, siglato in questi giorni, tra la Fondazione e il Dipartimento.
Il Convegno durerà un giorno ed avrà un programma molto ricco. Si partirà la mattina con alcune relazioni su tre focus: Le tecniche narrative dalla “Mamma dei gialli” a Netflix; la sovrapposizione tra realtà giudiziaria e racconto popolare; il valore morale della letteratura inverniziana e l’emancipazione femminile. I relatori sono di importanza nazionale: La già accennata prof.ssa di Martino; Paola Ronco e Antonio Paolacci, celebri scrittori di noir ed autori del recente saggio Tu uccidi. Come ci raccontiamo il crimine.
Le relazioni saranno connesse a due Laboratori: uno di Intelligenza artificiale, “Chatta con il giallo”, condotto dalla Prof.ssa Lara Corvatta ed un secondo di Graphic Recording & Live Sketching: “Le Ombre di Carolina”, a cura di Massimo Nesti della Scuola d’Arte NV art di Senigallia.
La giornata si concluderà con la visita alla Fondazione, la Mostra su Carolina Invernizio e la presentazione del libro “Per ora basto a ma stessa” che è possibile acquistare online andando al link: https://www.mannieditori.it/libro/ora-basto-me-stessa
In occasione dell’edizione 2025 di “Ventimilarighesottoimari in giallo” – il Festival del noir e del giallo civile che dal 21 al 24 agosto porterà la Spiaggia di Velluto al centro del panorama letterario nazionale – la Fondazione Rosellini per la Letteratura Popolare vi invita a partecipare a tre imperdibili attività, pensate per coinvolgere grandi e piccoli, appassionati di misteri e semplici curiosi.
Visite guidate alla Camera Gialla
Durante i giorni del festival, la celebre Camera Gialla – che raccoglie quasi tutti i libri gialli pubblicati in lingua italiana – aprirà le sue porte al pubblico. I partecipanti verranno accompagnati, in piccoli gruppi, in un viaggio dentro una collezione libraria unica al mondo: scaffali pieni di misteri, detective celebri e casi intramontabili vi aspettano in un’atmosfera che solo la Fondazione Rosellini può offrire.
Il caso fai da te – Il mistero del libro proibito
Pronti a diventare scrittori di gialli per un giorno? Costruiremo insieme una trama misteriosa, partendo da alcuni elementi già noti: il titolo, la vittima, l’investigatore, il luogo del delitto. Il resto lo inventeremo tutti assieme. In pochi minuti, rispondendo a semplici sollecitazioni online, i partecipanti potranno lasciare la propria “firma” in una storia corale, che diventerà parte di questo festival. Un gioco di fantasia che stimolerà la creatività di ciascuno e ci permetterà di dar vita a un Giallo scritto a più mani!
Per partecipare: forms.gle/2kETd2UHZZ1AkXDXA
Detective Urbani – Percorsi “gialli” per ragazzi e genitori nelle vie di Senigallia
E se per un pomeriggio vestissimo davvero i panni dell’investigatore? Con i Detective Urbani scenderemo insieme per le strade del centro storico di Senigallia, trasformandoci in osservatori attenti e curiosi. I partecipanti saranno guidati in una caccia al tesoro originale tra piazze, fontane e monumenti, dove i dettagli nascosti diventeranno indizi preziosi per ricostruire la storia della città.
L’attività, pensata per i ragazzi dai 10 ai 16 anni accompagnati dai genitori, si terrà sabato 23 e domenica 24 agosto, con due turni giornalieri (17.30–18.30 e 18.30–19.30). Un’avventura divertente e istruttiva, che unirà il gioco alla scoperta del patrimonio storico e artistico della nostra città.
La prenotazione è obbligatoria:sharry.land/it/esperienze/detective-urbani
Tutte le iniziative sono a ingresso libero e gratuito.
Per rimanere aggiornati sugli orari, i luoghi e le attività della Fondazione Rosellini durante “Ventimilarighesottoimari in giallo”, vi invitiamo a seguire la nostra pagina Facebook ufficiale.
Vi aspettiamo numerosi: perché i misteri più belli si risolvono… insieme!
La Fondazione Rosellini di Senigallia ha recentemente portato a termine un importante
lavoro di digitalizzazione all’interno del progetto “Storie per immagini: la Fondazione Rosellini per il fumetto”, co-finanziato dalla Regione Marche. Il primo numero della storica
rivista “Linus”, pubblicato nel settembre del 1965, è stato digitalizzato utilizzando una
tecnologia avanzata di scansione, con l’obiettivo di preservare e rendere accessibile uno dei
più rilevanti esemplari della biblioteca della Fondazione.
Il progetto di digitalizzazione è stato realizzato grazie alla collaborazione di Innovative Multiservice, sotto la direzione del Fondatore della Fondazione Rosellini, il Dott. Adriano Rosellini. I lavori sono stati curati dalla Dott.ssa Giorgia Giuliani e dal Dott. Marco Pettinari,
che hanno utilizzato lo scanner planetario CZUR, una soluzione tecnologica che consente di
acquisire immagini di alta qualità in tempi rapidi e senza danneggiare il materiale originale.
Il primo numero di “Linus” rappresenta un punto di svolta nella storia del fumetto italiano e
internazionale. Fondato nel 1965 da Giovanni Gandini, “Linus” fu concepito come una rivista
per adulti e divenne rapidamente un riferimento per gli appassionati del genere, con la
pubblicazione di fumetti iconici come “Peanuts” di Charles Schulz.
La digitalizzazione di questo numero non solo consente di conservare un patrimonio culturale di grande valore,
ma offre anche la possibilità di rendere il materiale consultabile da un pubblico più vasto,
senza compromettere l’integrità degli originali.
La Fondazione Rosellini, che custodisce una vasta collezione di libri e materiale
bibliografico, riconosce l’importanza della digitalizzazione come strumento di conservazione
e valorizzazione del patrimonio.
L’originale del primo numero di “Linus” è possibile trovarlo presso la biblioteca della
Fondazione, mentre la versione digitale è fruibile a questo link: https://shorturl.at/7qUK1
Per l’edizione 2024 di “Ventimilarighesottoimari in Giallo – Festival del noir e del giallo civile”, che da ormai tredici anni rappresenta una pietra miliare del palinsesto estivo della città di Senigallia, la consolidata collaborazione tra la Fondazione Rosellini per la Letteratura Popolare E.T.S. ed il Comune di Senigallia, promotore dell’evento, si è concretizzata attraverso due diverse attività: la prima riguarda l’apertura al pubblico, quindi sia agli appassionati sia ai turisti curiosi e/o amanti della lettura, della immensa collezione libraria della Fondazione in tutte le sue diverse sezioni (quindi non solo quella del Giallo) attraverso visite guidate da personale formato, messo a disposizione dalla società di servizi culturali Innovative Multiservice srl, già da tempo attiva nella catalogazione dei circa 60.000,00 volumi presenti in Fondazione e nella realizzazione di diversi progetti (tra gli ultimi, quello dedicato alla valorizzazione del fumetto).
La Fondazione ne ha veramente per tutti i gusti: oltre alla ormai famosa Camera Gialla, caratterizzata dall’altrettanto famosa ricostruzione del salottino di Sherlock Holmes, mostreremo ai nostri visitatori la Camera Argento dedicata alla Fantascienza, la Camera Verde dedicata alla letteratura per ragazzi, per proseguire, al secondo livello visitabile, con la Camera Azzurra dedicata ai fumetti ed al prezioso archivio delle tempere originali di Carlo Jacono (storico illustratore delle copertine dei Gialli Mondadori, e non solo), con la Camera Rosa dedicata alla narrativa (anche romantica), per finire con la Camera Blu, dedicata al genere horror e fantasy. Le visite, disponibili per gruppi di massimo 10 partecipanti per turno, sono gratuite con prenotazione obbligatoria, e si svolgeranno nei seguenti orari: giovedì 22 agosto: ore 17.30 – 18.30 – 19.30; venerdì 23 agosto: ore 21.00 – 22.00 – 23.00; sabato 24 agosto: ore 21.00 – 22.00 – 23.00; domenica 25 agosto: ore 17.30 – 18.30 – 19.30. Il servizio di prenotazione è attivo al link:https://prenotazioni.comune.senigallia.an.it/servizi/eventi-biblioteca
La seconda attività a cui la Fondazione Rosellini si è dedicata per questa edizione del Festival è stata la promozione della sua ultima fatica editoriale, co-finanziata dalla Regione Marche, cioè la pregiata pubblicazione di una raccolta di racconti, in buona parte inediti, di Tito Antonio Spagnol, uno dei cosiddetti “tre moschettieri” del primo decennio Giallo Italiano, cioè gli anni trenta del ‘900 (gli altri due moschettieri, celebrati l’anno passato con una mostra a loro dedicata, sono Augusto De Angelis e Ezio D’Errico); questa ultima perla editoriale, curata da Loris Rambelli, sarà presentata durante il festival da Luca Crovi, noto storico del Giallo ed amico fedele della Fondazione Rosellini e del Festival senigalliese, il giorno 23 agosto 2024 alle 18.30 presso i giardini della Scuola Pascoli.
Infine quest’anno, per la prima volta, le attività svolte dalla Fondazione per il Festival saranno sostenute, oltre che dal Comune di Senigallia, anche dalla BCC di Pergola e Corinaldo; ad entrambi gli Enti vanno quindi i ringraziamenti della Fondazione Rosellini.
1 volume (cm 15 × 21), 248 pagine, rilegato in brossura, in bianco e nero
Euro 20
Tito A. Spagnol Giornalista, sceneggiatore cinematografico, traduttore, romanziere, novelliere (Vittorio Veneto, 1895- 1979). Autore di sei romanzi polizieschi, pubblicati nelle collane gialle di Mondadori (1934-1938) e di novelle di vario genere, quindici delle quali compongono la raccolta Bassa marea (Mondadori, 1941). Fra i romanzi non polizieschi di maggior successo: Nannetta a Hollywood (Rizzoli, Milano 1935) e Senz’ali non si vola (Rizzoli, 1941). Membro del CLN, prese parte attiva alla Resistenza operante nel Cansiglio ai confini tra la Marca Trevigiana e il Friuli (si veda il racconto di argomento partigiano L’aviatore americano, «Il Ponte», 12, dicembre 1948). Dal gennaio 1947 al dicembre 1966 diresse «L’Illustrazione del medico. Rassegna mensile di arte, lettere e medicina», edita dai Laboratori Maestretti di Milano: vi pubblicò racconti dei maggiori scrittori italiani del Novecento, fra cui Riccardo Bacchelli, Dino Buzzati, Giovanni Comisso, Ugo Facco De Lagarda, Alberto Moravia, Cesare Pavese (n. 104, gennaio 1951), Francesco Serantini. L’ultimo libro da lui curato Memoriette marziali e veneree (Mario Spagnol, Milano 1970) raccoglie scritti autobiografici già apparsi, nell’ante-guerra, su «L’Italiano» e «Omnibus» di Leo Longanesi e, nel dopoguerra, su «Il Mondo» di Mario Pannunzio.
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