La narrazione del crimine per la Invernizio è sempre politica, come ai nostri giorni, perchè affronta il tema della cultura della giustizia, di bene e male, di morale ed etica, di stereotipi.

La narrazione del crimine non è mai solo intrattenimento. Raccontare un delitto significa sempre decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi è la vittima e chi è il carnefice. Significa, in ultima analisi, fare politica (nel senso più alto del termine: determinare la visione del mondo di una società).
Se colleghiamo la narrazione del crimine della Invernizio ai nostri giorni (pensiamo ai plastici di Porta a Porta, ai podcast di True Crime come Indagini o alle serie come Mare Fuori), l’algoritmo politico e culturale si rivela in tutta la sua potenza.
Ecco come la Invernizio ha anticipato la nostra attuale “politica del crimine“:
1. Il crimine come “Deviazione” (e non come sintomo)
Sia per la Invernizio che per molta della narrazione televisiva odierna, il crimine non è quasi mai visto come il risultato di una società ingiusta, della povertà o della mancanza di istruzione.
- La politica della Invernizio: Il crimine è causato dalla “malvagità innata” del singolo o dal “vizio” (il gioco, la lussuria, l’avidità).
- Oggi: Spesso nei talk show di cronaca nera si preferisce mostrare il colpevole come un “mostro” o un “pazzo isolato”. Perché? Perché se il male è del singolo, la società è salva. Non dobbiamo interrogarci sulle falle dello Stato o del sistema; basta chiudere in cella il “mostro” per sentirci di nuovo dalla parte dei buoni. Questo è un posizionamento politico conservatore potentissimo.
2. La creazione e la difesa degli Stereotipi
La Invernizio campava di stereotipi, che erano la base della sua morale ed etica. C’era la “madre santa”, la “seduttrice diabolica”, il “nobile decaduto e corrotto”.
- Oggi: La narrazione del crimine moderna fa la stessa cosa. Pensa a come i media descrivono spesso la vittima ideale (deve essere “innocente”, “solare”, “una brava ragazza”) e il carnefice ideale. Se la vittima non rientra nello stereotipo (magari faceva una vita fuori dagli schemi), scatta subito la colpevolizzazione della vittima (victim blaming).
- Questa è politica pura: significa usare la cronaca nera per ribadire quali comportamenti sono accettabili per la società e quali no.
3. La Cultura della Giustizia: Vendetta vs Stato
Qui c’è un cortocircuito interessantissimo tra ieri e oggi sul piano dell’etica:
- Nelle storie della Invernizio, la giustizia formale (i tribunali, i giudici) è spesso lenta o inefficiente. C’è bisogno che il “bene” si organizzi da solo, o che intervenga la Provvidenza. C’è una forte spinta verso la giustizia poetica (il cattivo che muore male, quasi per punizione divina).
- Oggi: Viviamo nell’epoca del “populismo penale” mediatico. I processi si fanno in televisione o sui social a colpi di commenti. La narrazione del crimine oggi cavalca l’onda della pancia del paese: si chiede “certezza della pena”, “buttiamo la chiave”, trasformando il dibattito etico sulla riabilitazione del carcerato in un’arena da colosseo. La narrazione di oggi ci educa alla vendetta, proprio come faceva la Invernizio con le sue punizioni esemplari.
In conclusione: Il crimine che “conferma” il potere
Umberto Eco, analizzando questo meccanismo nel Superuomo di massa, direbbe che la narrazione del crimine (dall’Ottocento a oggi) ha una funzione politica ben precisa: canalizzare la paura.
Invece di farci arrabbiare per le ingiustizie politiche ed economiche reali, veniamo distratti dal “delitto della porta accanto”. Proviamo paura, poi sdegno, e infine sollievo quando il colpevole viene preso.
Il messaggio politico finale, ieri come oggi, è sempre lo stesso: “Il mondo è pieno di lupi, quindi tenetevi stretto l’ordine attuale, obbedite alle regole e non cercate di cambiare il sistema.”
Il libro “Tu uccidi. Come ci raccontiamo il crimine” di Antonio Paolacci e Paola Ronco (edito da effequ), è la versione contemporanea ed empirica delle teorie di Umberto Eco applicate alla cronaca nera e al genere crime.

Essendo loro stessi scrittori di gialli (autori della serie del vicequestore Nigra), sanno benissimo come si costruisce una storia di finzione. E in questo saggio fanno una cosa importantissima: mostrano come i media, la politica e noi spettatori applichiamo lo schema della finzione alla realtà dei delitti.
Già il titolo parafrasa il famosissimo Io uccido di Giorgio Faletti (un noir di enorme successo), ma sposta il focus su un “Tu”. Quel “Tu” siamo noi, la società che, nel modo in cui “racconta” e consuma il delitto, compie una seconda violenza.
Ecco un’analisi dei punti chiave di Tu uccidi che si collegano perfettamente ai discorsi sull’algoritmo consolatorio e sulla politica del crimine:

1. La “Giallizzazione” della realtà (L’algoritmo dei media)
Paolacci e Ronco notano che, a partire dalla fine degli anni Novanta e i primi Duemila, il giornalismo italiano ha iniziato a trattare i casi di cronaca vera come se fossero romanzi gialli o puntate di CSI.
- I titoli dei giornali usano espressioni come “Il giallo dell’ereditiera scomparsa” o “L’autopsia svelerà il mistero”.
- L’inganno consolatorio: Trasformare un omicidio reale in un “giallo” serve a rassicurarci. Perché nel giallo c’è un’escalation programmata: indizi, sospetti, e alla fine la catarsi (la scoperta del colpevole). Trattare la realtà come finzione ci fa credere che la giustizia sia un gioco logico in cui, alla fine della puntata, il cattivo va in galera e l’ordine viene ripristinato (esattamente come diceva Eco).
2. La realtà dei dati contro la finzione dei media
Il libro è ricchissimo di dati statistici che smontano la percezione comune. Gli autori spiegano che l’omicidio reale è caotico, sfaccettato e spesso figlio di dinamiche sociali complesse.
- La narrazione mediatica, invece, stringe l’inquadratura solo su un punto: stanare il mostro.
- I talk show si concentrano su dettagli irrilevanti dal punto di vista statistico (la provenienza geografica, l’etnia, i dettagli scabrosi), creando uno schema manicheo e rigido: il Bene Assoluto contro il Male Assoluto. Questa è la stessa identica struttura della Invernizio.
3. La strumentalizzazione politica e il “Populismo Penale”
Questo è il punto in cui la narrazione diventa politica pura. Paolacci e Ronco spiegano come la distanza tra la realtà del crimine e la percezione alterata che ne abbiamo venga usata dalla comunicazione politica per spostare consensi elettorali.
- Cavalcare la paura del “mostro” o dello “straniero” permette di invocare leggi speciali, più polizia, più telecamere.
- Ci dicono che siamo in pericolo, creando un’ansia collettiva, per poi offrirci la soluzione a buon mercato: la punizione esemplare. Il delitto diventa così lo specchio e lo strumento per educare la società a un’idea di “sicurezza” basata sull’esclusione del diverso.
4. La catarsi ipocrita dello spettatore
Come scriveva anche la rivista Minima et Moralia recensendo il libro, sviscerare una strage atroce reale come se fosse una trama avvincente ci trasforma in “carnefici dell’altro”.
- Guardare il circo mediatico e puntare il dito contro il colpevole ci fa sentire più innocenti. Pensiamo: “Il male è in quella persona lì, così diversa da me. Io sono dalla parte giusta”.
- Questa è la funzione suprema del Superuomo di massa moderno: non è più un personaggio della TV, siamo noi spettatori che, attraverso il giudizio morale sui social o davanti alla TV, ci sentiamo i “supereroi della normalità” che difendono la virtù.
In sintesi
Il saggio di Paolacci e Ronco ci racconta che il crimine oggi non è mai un atto neutro. È un’operazione ideologica. Ci si rifugia nello “schema fisso” del giallo per non dover affrontare la complessità del perché si uccide oggi nella nostra società.
Proprio come succedeva con i romanzi d’appendice dell’Ottocento, l’importante è che la verità finale non intacchi mai la nostra comoda rappresentazione del mondo.
I casi di Enzo Tortora (1983) e i fatti del G8 di Genova del 2001 (o le durissime sentenze e cariche sui fatti di Torino legati ai movimenti studenteschi/No Tav, spesso accostati nei dibattiti sulla giustizia) sono due esempi enormi, quasi dei “traumi nazionali”, che incarnano alla perfezione la tesi di Paolacci e Ronco e il nucleo del pensiero di Eco.

In entrambi i casi assistiamo al totale fallimento dell’algoritmo consolatorio, ed è proprio per questo che sono casi allarmanti: squarciano il velo dell’illusione.
Ecco un’analisi di questi due eventi attraverso le lenti della “politica del crimine”:
1. Il Caso Tortora: Il “Mostro” costruito a tavolino
Il caso del presentatore Enzo Tortora è il prototipo di come i media e una parte della magistratura creino un personaggio da “romanzo d’appendice” per dare in pasto al pubblico ciò che vuole.
- La costruzione del colpevole: Tortora era l’uomo di successo, elegante, amato. Quando i pentiti di camorra lo accusarono (senza prove), i media non cercarono la verità fattuale, ma cavalcarono la trama del “giallo perfetto”: l’insospettabile con la doppia vita.
- La funzione politica e consolatoria: Mostrare Tortora in manette serviva a dimostrare che lo Stato era forte, che la giustizia colpiva anche i “potenti” e i famosi. Il pubblico televisivo provò quel brivido di finta giustizia e indignazione morale.
- Il cortocircuito: Quando si scoprì che era un colossale errore giudiziario basato sul nulla, l’algoritmo si spezzò. Il pubblico non si sentì più rassicurato dallo Stato-Eroe, ma terrorizzato: se è successo a lui, che è ricco e famoso, può succedere a chiunque. La “macchina della consolazione” si era trasformata in una macchina da incubo.
2. I fatti del G8: Quando lo Stato non è il “Superuomo”
Che si parli di Genova 2001 (definito da Amnesty International “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”) o dei processi torinesi legati alle proteste, qui lo schema di Eco viene completamente ribaltato.
- La narrazione iniziale (I buoni contro i cattivi): All’inizio, la narrazione politica e mediatica ha cercato di applicare lo stereotipo classico: da un lato le forze dell’ordine (i difensori dell’ordine e dello status quo, i “superuomini” di massa), dall’altro i manifestanti descritti in blocco come “i cattivi”, i distruttori.
- La verità che rompe lo schema: Quando le inchieste e i video (grazie alla tecnologia che toglie il monopolio del racconto ai media tradizionali) hanno mostrato le torture nella caserma di Bolzaneto, l’irruzione alla scuola Diaz o l’uso sproporzionato della forza, la narrazione è crollata.
- Il trauma politico: Lo spettatore si è trovato davanti a un paradosso inaccettabile per l’algoritmo consolatorio: i difensori dell’ordine stavano commettendo il crimine. Non c’era più un eroe che riparava il mondo, ma l’autorità stessa che creava il caos.
Perché questi casi ci lasciano angosciati?
Nel saggio Tu uccidi, Paolacci e Ronco spiegano che noi leggiamo storie di crimini per sentirci dire che l’autorità (la polizia, il giudice, lo Stato) ci proteggerà e che le regole funzionano.
Quando analizzi il caso Tortora o il G8, capisci l’allarme:
- La Giustizia non è un algoritmo perfetto: Può essere pigra, vendicativa, influenzata dai media o usata come arma politica.
- Il Male non è sempre “esterno”: A volte il male indossa la divisa o siede sullo scranno di un tribunale.
Questi eventi storici sono l’esatto opposto di Un Posto al Sole o di Beautiful. Sono pezzi di realtà cruda che non si possono risolvere in 45 minuti con un lieto fine. Ci costringono a fare i conti con la complessità, con la politica vera e con la fragilità dei nostri diritti.
È forse per questo che, dopo aver fatto i conti con la realtà di casi come Tortora, la tentazione di rifugiarsi in un’ora di televisione rassicurante e prevedibile diventa ancora più forte?








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