La prigione

Mario PUCCINI nacque a Senigallia il 29.7.1887; il padre, tipografo, era originario della Lucchesia. Visse a Senigallia e ‑ dopo i vent’anni ‑ fra Senigallia e Ancona fino all’anno 1913; da questa data e fino al suo richiamo alle armi (1915) soggiornò piuttosto a lungo a Milano, proseguendo lì l’attività iniziata ad Ancona appena ventenne. Si trattava dell’attività editoriale condotta dalla ” CASA EDITRICE GIOVANNI PUCCINI & FIGLI” fino al 1914 (fra il ’10 ed il ’14 risultano pubblicate dalla Casa alcune decine di libri, molti dei quali per diverse ragioni notevoli); continuata poi da Mario a Milano sotto la sigla sociale dello “STUDIO EDITORIALE LOMBARDO” (PUCCINI‑LINATI‑FACCHI) fino al 1919; naturalmente, per Puccini, con la rilevante interruzione determinata dalla prima guerra mondiale.
Puccini fu al fronte, prima come soldato, poi come ufficiale; prestò servizio al quartier generale di DIAZ; fu anche decorato.
Nel frattempo, addirittura dal 1907, era iniziata pienamente la sua attività e produzione letteraria, per cui la storia personale di Puccini divenne gradualmente soprattutto quella dei suoi libri e, più in generale, quella della sua produzione letteraria e giornalistica, narrativa e saggistica, progressivamente sempre più presente su una miriade di giornali e riviste.
Liquidato lo Studio Editoriale Lombardo, Puccini ‑ che fino a quel momento aveva pubblicato i suoi libri presso le sue stesse edizioni o presso editori minori o minimi ‑, in sodalizio con uno degli scrittori da lui più ammirati, Alfredo PANZINI, trasmigrò sotto le bandiere di Arnoldo MONDADORI, in quegli anni (1920/21) in piena fase espansionistica ed aggregatrice di nuove, illustri firme.
Fu in quell’anno 1920 che Puccini decise irrevocabilmente che sarebbe stato solo scrittore e che solo dalla scrittura avrebbe ricavato il sostentamento suo e della sua famiglia: decisione certo non facile, posto che questa era già di quattro persone e ben presto ve ne sarebbe stata una quinta, l’ultimo figlio Dario, nato nel 1921. La condizione economica della famiglia fu per qua!che anno tutt’altro che tranquillizzante, specie dopo che il sodalizio editoriale con Mondadori cessò, pubblicati appena due libri (ben altrimenti duraturo sarebbe stato invece il sodalizio Mondadori‑ Panzini, che perdurò ben oltre la stessa scomparsa dello scrittore). E di qui in poi le sorti editoriali di Puccini furono sempre assai ondivaghe, spesso ancora caratterizzate da rapporti velocemente esauriti con editori piccoli o piccolissimi.
Ma contemporaneamente Puccini seppe trasformare se stesso, per quanto attiene a pubblicazioni di narrativa e di saggistica su periodici, in una delle più sensazionali machines à écrire che si fossero mai viste: come nota il PIRANI la sua produttività e la sua capacità di far apparire i suoi prodotti sulle più svafiate testate lo collocano, più che sul versante di un intensissimo “artigianato culturale”, addirittura fra i precursori o fra i fondatori di una nascente “industria culturale” ignara ancora del proprio nome. Si consideri che la sola bibliografia generale primaria di Puccini, redatta appunto da Roberto Pirani, conta circa 6000 (seimila) voci!
Ben presto avvenne il trasferimento della famiglia a Roma (la residenza nella capitale era ideale, ovviamente, ai fini di cui sopra), per cui successivamente alle date suindicate i ritorni a Senigallia furono giustappunto solo dei ritorni, più o meno prolungati (soprattutto durante la seconda guerra mondiale, nonché quasi sempre nei periodi estivi ed in special modo dal ’46 al ’53). Ma vi fu frammezzo il ritorno a Roma, fra il ’42 ed il ’45, tragica stagione nell’arco della quale Mario Puccini, che nei confronti del regime pur aveva avuto in precedenza qualche cedimento, tanto vistoso quanto umanamente comprensibile, subì l’arresto, come ostaggio per il figlio Dario, attivo nella resistenza romana, e la carcerazione ad opera della banda Koch: una drammatica esperienza di cui egli, pur tanto facondo, non amava parlare.

 

Nel ’53 si stabilì a Formia, attratto dalla mitezza del clima, più confacente di quello senigalliese alla sua salute.
Si spense a Roma alla fine del 1957; aveva appena finito di correggere le bozze di La terra è di tutti, il romanzo, ambientato in una Fano che tanto somiglia a Senigallia, che è considerato ‑con Dov’è il peccato, col Cola, con questa Prigione, con Ebrei, e con molti racconti ‑ uno dei suoi esiti più alti. Fra quanti lo conobbero lasciò di sé ricordi incancellabili: la capacità di dialogo, l’apertura al nuovo e a! giovani, l’interesse per ogni aspetto dellavita, la leggendaria attitudine all’ascolto, sono questi gli assi portanti di quel tenace ricordo.
Riteniamo utile per il lettore riprodurre l’elenco delle opere di narrativa (romanzi e raccolte di racconti) di Mario Puccini risultanti dalla sez. A della bibliografia generale del Pirani.
È stata operata un’aggiunta: quella del volume sub 12, riscoperto recentemente dal prof. Giovanni RICCIOTTI, inesausto ricercatore di testi rari (il 12 dell’elenco Pirani è così divenuto 12 bis).
La prigione (Casa Editrice CESCHINA) reca in copertina, in bella evidenza, la dizione “Romanzo” e la data 1932. Né l’una né l’altra trovano conferma all’interno del volume, giacché nel frontespizio il Romanzo diventa “Racconto”, mentre nella pagina finale il Racconto risulta “Finito di stampare il 5 ottobre 1931”.
Nulla di sorprendente, né per l’una né per l’altra discordanza: è noto, infatti, che nessuno ha mai trovato un criterio univoco per distinguere il romanzo breve dal racconto lungo; mentre negli anni ’30 non era raro che i libri pubblicati negli ultimi mesi di un anno risultassero in copertina e/o nel frontespizio come appartenenti all’anno successivo. Comunque nella specie l’esattezza del finito di stampare risulta dalla perfetta coerenza con la prima recensione al volume, apparsa sulla “STAMPA” di Torino il 17.11.1931: non v’è dunque dubbio sul fatto che negli ultimi mesi del 1931 ii libro era già pubblicato, distribuito e in circolazione.
Non si può dire che esso abbia avuto una grande accoglienza di critica: qualificata, gi (ROSATI, PIOVENE, BOCELLI, )OVINE, PANNUNZIO, TECCHI ….); ma non amplissima (nell’accuratissima bibliografia secondaria italiana del Pirani risultano non più di 15 recensioni al volume).
Anche il successo di pubblico non dovette essere cospicuo, se è vero, come è certo, che un editore pur disponibile ed attento come il Ceschina, che del pucciniano Ebrei, pubblicato in prima edizione in quello stesso 1931, fece successivamente una seconda ed una terza edizione, non ristampò mai La prigione. Che dunque nei 73 anni trascorsi non è stata mal ristampata: sì che le copie esistenti note del libro oggi non sembrano essere più di una decina, biblioteche pubbliche incluse.
Per quanto riguarda gli studi successivi e le monografie, quella, ancor oggi fondamentale, di Salvatore BATTAGLIA (1967), pur inquadrando con sicurezza La prigione in quel gruppo di opere maggiori che, apparso fra il 1922 e il 1935, insieme ‘formano uno dei nuclei più vitali e compatti della narrativa del nostro tempo”, non la faceva oggetto di una particolare analisi o considerazione.
Anche Francesco DE NICOLA, nel suo meritorio L’alibi dell’ambiguità. Puccini uno scrittore fra le due guerre, Foggia, 1980, dopo aver qualificato La prigione come “romanzo proustiano giocato sulla ricerca nella memoria della qualità morale del protagonista”, si limitava a riferire i giudizi, a loro volta limitativì, espressi dalla critica all’apparire del libro, giustamente riconoscendoli “viziati da una pregiudiziale scarsa disponibilità ad accettare uno scrittore non in cerca di facile presa sul lettore, ma attratto da obiettivi stilistici e tematici complessi”.
Era forse necessario che passassero settant’anni perché Sandro GENOVALI, nel suo Romanzo di Senigallia, restituisse a questo libro il posto che gli competeva e gli compete fra i vertici assoluti della narrativa pucciniana, individuando in esso, con una analisi amplissima e tesissima, l’inequivocabile “tocco dei maestri”.
Il testo non può che essere quello della prima (e fin qui unica) edizione del 1931, fatte salve l’eliminazione dei refusi di assoluta evidenza e la normalizzazione degli accenti.
Da La prigione fu ricavato un film con lo stesso titolo, girato in esterni a Senigallia in piena seconda guerra mondiale (1942); la regia fu di Ferruccio CERIO, che insieme ad Alessandro DE STEFANI e Mino DOLETTI firmò anche la sceneggiatura, sulla quale peraltro esercitò la sua supervisione lo stesso Puccini.
La pellicola sembra oggi introvabile.

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Bibliografia di Mario Puccini

Presentare un’opera come la Bibliografia di Mario Puccini, curata da Roberto Pirani, così vasta e articolata può risultare semplice, basta sottolineare la quantità e la novità dei dati, e complesso e difficile al tempo stesso, perché in tanta abbondanza e profluvie di contributi ci si può anche perdere. Non resta quindi che affidarsi ad alcune considerazioni, non esaustive sicuramente, che permettano però di coglierne gli aspetti significativi e che mostrino come, a saperla leggere, sia possibile trarre indicazioni utilissime non solo dal punto di vista della conoscenza dei materiali, ma anche e soprattutto da quello critico.

La prima cosa che colpisce nel lavoro di Pirani è l’enorme, smisurato, verrebbe voglia quasi di aggiungere incredibile, dilatarsi ed ampliarsi degli scritti pucciniani individuati e descritti. Dalle poche pagine e da appena 81 voci della pur meritoria bibliografia di Pesce, stampata per la prima volta in calce al volume miscellaneo Omaggio a Mario Puccini (1967), si passa alle duecento e più pagine di questa nuova, esaustiva e articolatissima bibliografia. Per certe parti (narrativa, teatro, scritti di viaggio, prefazioni o cure, testi per la scuola e per la gioventù, saggistica), già definite nella precedente, si tratta di aggiunte più che corpose, a volte vere e proprie sezioni dotate di vita autonoma: si pensi solo alle centinaia di racconti o di scritti a carattere saggistico, reperiti su giornali e riviste, e descritti per la prima volta. In altri casi vengono definiti ambiti totalmente nuovi, quali ad esempio “poesia, radiodrammi, traduzioni, epistolario, cinema, bibliografia secondaria italiana e straniera”, fino ad oggi del tutto inesplorati e in alcuni casi sconosciuti. Da qui l’enorme arricchimento, l’accavallarsi dei contributi, dei dati, che da un lato fotografano con precisione millimetrica la produzione pucciniana e dall’altro ne svelano al contempo la vastità e la complessità, riconsegnandoci lo scrittore a tutto tondo, in tutte le sue manifestazioni, anche quelle minori; rivelandoci concretamente modi di operare, tic e manie, abitudini e preferenze, interessi e idiosincrasie. È evidente così che mai, come in questo caso, la quantità si traduce in qualità, capace com’è di per se di aprire nuove vie, nuovi percorsi critici.
Basterebbe da questo punto di vista limitarsi ai “Romanzi e alle Raccolte di racconti”, magari facendoli interagire con i nuovi apporti reperibili nella sezione “Racconti, Brani di memoria e autobiografici, su periodico e in antologia”.
In questo ambito abbiamo innanzi tutto la definitiva soluzione di alcuni problemi bibliografici relativi alle diverse edizioni di una stessa opera. Si pensi per esempio a Cola, di cui, dopo la prima edizione (Vecchioni, 1927), vengono indicate le ristampe e le due redazioni successive, sgombrando il campo da ogni possibile dubbio e dando preziose indicazioni a chi vorrà ripercorrere le varie fasi di scrittura del romanzo. Oppure all’opposto a Viva l’anarchia, che pubblicato in tre diversi momenti, l’ultimo con il titolo Quando non c’era il Duce, non presenta alcun problema di varianti, perché, come capitava all’epoca e spesso con Puccini, non si tratta di tre edizioni diverse, ma semplicemente della ricopertinatura delle copie delle prima edizione rimaste invendute.
Sempre in questa sezione vengono poi individuati e descritti nuovi romanzi, di cui fino a questo momento si ignorava l’esistenza, apparsi a puntate su giornali e riviste e non ripresi poi in volume. È il caso, ad esempio, de L’ultimo degli anarchici, che venne stampato sul “Popolo di Trieste” dal novembre del 1923 all’aprile del 1924 e poi ripresentato, dopo ampia rielaborazione, su “L’Ambrosiano” nel 1938, con il titolo di Le novantanove disgrazie di Saverio Acca. Romanzo umoristico.
In parte simile è anche la vicenda editoriale di Ruggine, pubblicato su “L’Azione” nel 1922, poi col titolo Vortice su “I Diritti della Scuola” fra 1935 e 1936 e infine col titolo Ruggine. Romanzo milanese in “Cultura Moderna” fra 1939 e 1940. Simile perché nel 1924 il romanzo venne stampato in volume, ma solo in traduzione spagnola, dovuta a Rafael Cansino Assens, con il titolo di Herrumbre.
In questa sezione infine un ultimo elemento di novità è dato dalla scoperta e descrizione di testi che, pubblicati su giornale o rivista, permettono di anticipare la stesura di alcune delle opere pucciniane rispetto alla loro data di stampa. È il caso ad esempio di Comici, edito da Ceschina nel 1935, ma in realtà già diffuso a puntate una prima volta col titolo Nomadi nel 1931 su “L’Illustrazione Italiana”. È ancora il caso, forse più significativo del racconto lungo Caratteri e dello stesso Cola.
Il primo, compreso nella raccolta Essere o non essere del 1921, è il racconto da cui, dopo una rielaborazione più che trentennale, Puccini ricaverà quella che per molti è la sua opera più significativa: La terra è di tutti. (Prima vita di Cornelio), apparsa per i tipi della Vallecchi nel 1958. Anche qui un elemento di novità: in realtà lo stesso materiale, in prima redazione, era già stato pubblicato l’anno prima, nel giugno del 1920, con il titolo Socialisti, e questa è già una prima variante significativa, nella collezione “Romantica” dell’editore Vitagliano.
Per Cola, altro romanzo che sicuramente rappresenta una delle prove meglio riuscite e di maggior valore di Puccini, edito in prima edizione nel 1927, si può andare ben più indietro nel tempo. Infatti al materiale già individuato da De Nicola nel suo volume su Puccini (Sensazioni di guerra. Una partenza, in “La Rivista “, 28 febbraio 1918; La casa al fronte in “Secolo XX”, ottobre 1918; Ricordi e di guerra. questi monti di razza nuova, in “II Mondo”, (20 ottobre 1918), si aggiunge ora anche un nuovo scritto: Cinque minuti di Alt, in “La Trincea”, 10 ottobre 1918. Testi ed anticipazioni che dimostrano che a questa altezza Puccini aveva già scritto gran parte del romanzo, se non tutto. Anche qui ovviamente non solo retrodatazione della stesura dell’opera, ma ulteriori varianti da analizzare e da confrontare con quelle delle edizioni successive.
Un settore del tutto nuovo rispetto alla precedente bibliografia e ricchissimo di materiali è, poi, quello dei contributi pubblicati su giornali e riviste, in Italia o all’estero, sia di carattere narrativo che saggistico. Sono scritti a carattere eterogeneo, di valore diseguale, talvolta di scarso impegno e a carattere divulgativo, legati alla sua collaborazione a riviste o giornali di gusto popolare, però redditizi a livello economico. In altri casi si tratta invece di testi più sentiti, rivelatori dei suoi gusti, delle sue preferenze, della sua concezione dell’arte. Nell’insieme comunque estremamente interessanti e capaci di illuminare nella sua poliedricità la sua personalità e di definire, oltre le opere in volume, le tematiche, le idee, i motivi che animano la sua produzione. Solo ora, tanto per fare un esempio delle nuove possibilità offerte dalla moltitudine e varietà di testi rinvenuti e descritti nella presente bibliografia, si potrebbero raccogliere gli articoli in cui Puccini parla degli scrittori marchigiani e in generale dei luoghi delle Marche e riuscire così a chiarire meglio il tema del suo rapporto con la regione e la città natale. Analogo discorso ovviamente si potrebbe fare per tanti altri temi e motivi.
Tutto questo insieme di scritti consente più in generale di ricostruire il mondo e il quadro culturale di un intellettuale-tipo, che fra le due guerre decide di vivere esclusivamente dei suoi libri e delle collaborazione ai giornali. In particolare permette di chiarire meglio i rapporti tra Puccini e il fascismo. Il tema non è nuovo e riguarda un po’ tutti gli scrittori del ventennio, costretti ad oscillare tra l’esigenza di scrivere e pubblicare sotto un regime che ovviamente lasciava poco spazio a chi non si uniformava e la volontà di non tradire se stessi, di mantenersi fedeli alle proprie convinzioni e alle proprie idee sulla letteratura. Ora la bibliografia approntata da Pirani aggiunge tantissimo materiale nuovo, sicuramente indispensabile per mettere meglio a fuoco questa problematica. Fin d’ora, però, almeno un paio di testi fra quelli inventariati permette di cogliere, soprattutto alla metà degli anni trenta, quando il regime sembrava destinato a lunga vita e il consenso era più ampio, un avvicinamento al fascismo maggiore di quanto si potesse credere finora. Si tratta di un romanzo pubblicato sulla rivista “Gente Nostra”, dal settembre del 1937 al marzo del 1938, il cui titolo Credo (Romanzo dell’Era Fascista), è già di per se significativo e della prefazione, apertamente schierata a sostegno del generale Franco, al volume anonimo Testimonianze di tre deputati alle Cortes sulla giustizia del Fronte Popolare spagnolo, stampato sempre nel 1937 a Roma.

Un ultimo settore di grande interesse, perché integra e completa la ricognizione della produzione pucciniana è quello, finora quasi del tutto ignorato, degli scritti sotto pseudonimo, che vanno dai primi anni dell’attività di Puccini fino alla fine. In particolare, oltre ai tanti usati per gli articoli su giornali e riviste, è da segnalare quello di Lazarillo, il solo utilizzato per gli scritti in volume. E’ legato alla collaborazione alla collana “Gli Uomini del Giorno. ..” della casa editrice milanese Modernissima, che, attraverso brevi profili degli uomini e delle donne “di cui maggiormente si parla o si sparla ai dì nostri: letterati, uomini politici, attori, commediografi, musicisti, scienziati, industriali, artisti, giornalisti”, si proponeva di sciogliere in maniera divulgativa ed aneddotica le legittime curiosità del pubblico attorno a ciascuna di queste “personalità”. Opere quindi destinate ad un pubblico non specialistico, a carattere popolare. Puccini pubblicò qui il profilo di Salvator Gotta (1919) e di Giovanni Papini (1920). Forse uscì anche il volume, dato come in corso di stampa, dedicato ad Annie Vivanti, di cui comunque apparve un’anticipazione su “Il Piccolo della Sera”, il 2 novembre 19206. Lazarillo quindi: probabilmente per evitare un’eccessiva sovraesposizione, aggiungendo altri libri a suo nome a quelli pubblicati fra il 1919 e 1920, o per prendere in qualche modo le distanze dalla collaborazione ad una collana divulgativa e troppo popolare. Resta comunque il fatto che qui ci si trova di fronte a testi autenticamente pucciniani, in cui affiora evidente quella che è la caratteristica tipica del suo modo di far critica, cioè la tendenza ad affiancarsi sempre, se non a sovrapporsi, all’autore indagato, dando anche ampio spazio agli elementi aneddotici ed autobiografici.

Volendo concludere queste brevi e sommarie riflessioni si può con sicurezza affermare che la bibliografia approntata dal Dott. Pirani rappresenta un momento decisivo per gli studi pucciniani. Un vero e proprio monumento di cui nessuno studioso potrà fare a meno. Un sicuro punto di partenza, ma anche un viaggio affascinante e godibilissimo in se e per se all’interno di una produzione sterminata capace di offrire sempre nuove e inattese scoperte.

Giovanni Ricciotti

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Il romanzo di Senigallia

Il romanzo di Senigallia è la microscopia di una storia d’amore e di un ideale e reale ritorno alla propria città, che diventa una città-utero. Il paesaggio dell’infanzia lentissimamente filtrato nel corpo diventa incancellabile come il tempo favoloso di una vita. Da questo stato d’animo muovono le opere più resistenti, che dirottano dal conclamato verghiamo verso un solipsismo angosciato in simbiosi con un paesaggio urbano cupo ed espressionisticamente contratto. Che è il Puccini “moderno” da recuperare, secondo la tesi di questo libro che taglia decisamente il nodo del Cola, opera di peso ma in difetto di sintonia con i temi “obbligati” della storia.

Sandro Genovali coltiva da sempre, in parallelo, critica letteraria e figurativa. Una tesi di laurea sulle Illuminations di Rimbaud e una lunga permanenza a Parigi lo portano, come un corollario, a uno studio sulle Fleurs du mal di Baudelaire (Baudelaire o della dissonanza) edito da La Nuova Italia di Firenze, oltre a una ricerca (inedita) sul Baudelaire critico figurativo (Ingres, un amore refoulè). Nella linea di gusto degli ultimi decenni si è accostato alla letteratura regionale con due saggi pubblicati in opere collettanee presso Il Mulino e Laterza, oltre allo studio su Giovanni Marchetti degli Angelici, poeta neoclassico senigalliese. Ha in cantiere due ricerche di lunga lena, Anamnesi leopardiana (da Leopardi a Proust) che riannoda il tema della memoria delle Illuminations e Il comico assoluto, su uno spunto de L’essence du rire di Baudelaire. Recentemente ha pubblicato un saggio sul grande fotografo senigalliese Mario Giacomelli (Mario Giacomelli o l’evocazione dell’ombra. Milano, Charta, 2002).

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Viaggi in Italia. 1913-1920

Sono stati fra i primi, su questo non c’è dubbio. Primi a compiere i viaggi in Italia (tutta o gran parte di essa) come italiani del nuovo Stato-Nazione inaugurato nel 1861 e completato (o quasi) nel 1870. Prima, di viaggiatori italiani c’erano state soltanto incursioni episodiche su zone limitate: valga per tutti il magnifico “Viaggio elettorale” di De Sanctis (1876).
Che siano stati anche i migliori non oseremmo affermarlo; almeno, non qui.
Ma una cosa è certa: tutti i germi che sarebbero stati in seguito sviluppati dai tanti viaggiatori italiani che li avrebbero seguiti – fino a costituire un preciso sottogenere di prosa italiana “alta” – sono presenti nelle opere di inizio secolo scorso che qui ripresentiamo: tanto quelli in direzione documentario-saggistico-sociologica (esemplificando: Monelli anni ’30; Piovene anni ’50; Soldati, fra i ’60 e i ’70), quanto, all’altro capo della scala, quelli in direzione lirico-romanzesca, tutti attenti ai pensieri ed ai trasalimenti del cuore, ai gusti ed alle idiosincrasie del narratore-protagonista, nonché alla costruzione o ricostruzione di personaggi, più o meno fantastici (sempre e solo esemplificando: Cardarelli e Comisso, anni ’30; Cernetti, primi anni ’80).
Così ricchi e carichi del loro futuro come sono, i due testi di Panzini e Puccini ci restituiscono un’immagine dell’Italia oggi desueta, ma proprio per questo, forse, ancor più attuale: proprio perché carica di tutte quelle possibilità di sviluppo che si sono in qualche modo realizzate, ma anche di quelle, tante!, che viceversa non si sono poi realizzate, talora a nostro vantaggio, più spesso – crediamo – a nostro danno.
Considerando i due testi nel loro complesso, la resa della temperie italiana del secondo decennio del secolo scorso è perfetta: nessuna corrente ideale, nessun lievito vitale, nessuna direzione di sviluppo, nessun evento gravido di futuro è trascurato o dimenticato, con una sola grande eccezione: la guerra.
Per il testo panziniano il motivo è semplice: il suo nucleo originario è precedente, il viaggio è stato compiuto nel 1913; rielaborandolo per la pubblicazione su rivista, scoppiata già la guerra (ma con l’Italia ancora in pace), Panzini non volle che di questa il libro fosse specchio, anche se i toni dovettero risultare meno sereni e più cupi dell’impostazione originaria; e questa tendenza si accentuò, naturalmente, all’atto della pubblicazione in volume (1919). Diverso il caso di Puccini: uscito indenne dalla grande fornace, aveva per il momento chiuso tutti i conti con la guerra con ben tre libri (“Dal Carso al Piave”; “Come ho visto il Friuli”; “Davanti a Trieste”), per cui questo libro della fine del 1920 (come l’autobiografia breve che di qualche mese lo precede) la guerra lascia completamente da parte.
Ma giudicheranno i lettori di oggi quale massa e forza di fermenti vitali siano compresse nei due testi affiancati.
Un’ultima parola sui rapporti intercorsi fra i due scrittori e i due testi. Il prestito pucciniano nella struttura del libro rispetto al prototipo panziniano è per un verso innegabile: il viaggio in Italia, col mezzo ferroviario ormai popolare, di un letterato di mezza età, con molteplici incontri in luoghi diversi, persino l’identica partenza da Milano… Per altro verso, esso è totalmente legittimo: nel contenitore prestato è versato un contenuto assolutamente nuovo, percorso, rispetto alla serenità di fondo panziniana, da una sottile, inesausta inquietudine, che talora giunge quasi alle soglie dello smarrimento e dell’angoscia.
Del resto, il prestito era più che gradito a chi lo concedeva: il rapporto fra i due scrittori, nato precocemente e quasi unilateralmente fra un Panzini di mezza età ed un Puccini ventenne nel 1907 – anno cruciale in cui uscirono il settimo libro di narrativa del primo ed il primo libro del secondo -, cementatosi nel 1913-15 (Puccini editore di Panzini), non fu mai così vivo e cordiale e fecondo come precisamente in questo periodo (1919 – 21) in cui apparvero in volume i due testi qui ripresentati. E converrà ancora ricordare che fu proprio in questo periodo che Puccini pilotò il comune passaggio dei due Autori sotto le insegne di Arnoldo Mondatori Editore; il che segnò il destino editoriale di Alfredo Panzini per tutto il ventennio successivo.

Il volume ripropone, intercalando il testo con immagini d’epoca dei luoghi citati, i romanzi Viaggio di un povero letterato (1919) di Panzini e Viva l’anarchia! (1920) di Puccini.
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Giobbe Tuama & C. Una inchiesta del commissario De Vincenzi

Il volume è la ristampa della prima è unica edizione di questo libro apparso nel 1936 per i tipi delle Edizioni Minerva, Collana Poliziesca n° 2, diretta dallo stesso De Angelis.

Impreziosito dalla lussuosa sovracoperta a colori, una tavola originale del Maestro Giorgio Tabet che alla luminosa età di 96 anni ci ha regalato uno scorcio vivido e pulsante della Milano culturale degli anni ’30 – di cui è stato attivo testimone – e dai ricchi apparati critici e introduttivi, il libro può considerarsi un’opera originale che vuole contribuire a riscoprire e valorizzare la figura di De Angelis, maestro indiscusso del giallo italiano.

La prefazione di Gian Franco Orsi, già storico direttore del Giallo Mondadori e indiscussa autorità del genere, introduce la storia vista dall’angolazione del protagonista, il commissario De Vincenzi, l’appendice bio-bibliografica di Roberto Pirani, vero nume tutelare della bibliografia gialla, autore del fondamentale Dizionario Bibliografico del giallo, traccia con la consueta dovizia di particolari la figura e l’opera dell’autore, mentre la nota critica di Franco Migliaccio, critico d’arte, professore di storia contemporanea all’Accademia di Brescia, ci racconta del Tabet mago dell’illustrazione, sue le memorabili copertine degli Omnibus Mondadori, e d

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Dove è il peccato è Dio.

Viene qui riprodotta la prima e ad oggi unica edizione del romanzo, uscita per i tipi di Campitelli editore in Foligno nel 1922. Sono stati soltanto normalizzati gli accenti e corretti i refusi del tutto evidenti; in un solo caso, nel quale tale evidenza avrebbe potuto essere meno percepibile – riguardando il refuso una parola del vernacolo senigalliese – è stata apposta una nota a piè di pagina.
Il testo si presenta adornato ed arricchito della compresenza delle fotografie di Mario Giacomelli. Giova appena avvertire – e lo si fa soltanto per scrupolo di assoluta chiarezza – che non si tratta di una impossibile “illustrazione fotografica” del romanzo: si tratta, al contrario, della testimonianza di un “percorso parallelo”, attuato con un medium diverso, distanziato dai tempo del romanzo di diversi decenni.
E tuttavia non può non colpire l’attinenza e la straordinaria concordanza fra i due percorsi, narrativo e fotografico, quanto a luoghi, paesaggi, costumi, climi, atmosfere, per cui è difficile sottrarsi all’impressione che essi si corrispondano e si parlino, al di là del diaframma temporale. Proprio per evitare ogni confusione senza impedire questo dialogo le foto sono state disposte nel libro in modo da non interrompere mai il flusso del raccontare pucciniano, ma da seguirne il ritmo, rispettarne le pause, secondarne il respiro.

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Il caso Manders e altre scritture gialle


“Il caso Manders” – questo recupero anselmiano di cui siamo un po’ orgogliosi, rendendone il maggior merito a Massimo Carloni – uscì a puntate settimanali sull’allora “Voce Adriatica” (ora “Corriere Adriatico”) dal 5 settembre al 15 novembre 1965.
Crediamo che ben pochi abbiano letto integralmente questo “romanzo giallo a puntate” (forse una delle ultime ‘appendici’ nella storia di questo glorioso strumento di comunicazione di massa, che si andava esaurendo). Fra l’altro la pubblicazione delle puntate non fu neanche ancorata ad un unico giorno della settimana, cui i volenterosi lettori potessero fare riferimento, perché, mentre le prime puntate apparvero di domenica, le ultime, non ostanti i contrari e depistanti annunci, apparvero di lunedì: come fosse possibile in queste condizioni seguire il plot di un mystery resta a sua volta un mistero.
All’epoca Luciano Anselmi era, oltre che giornalista militante, il trentenne autore di un solo libro, quel “Niente sulla piazza” che – pubblicato in una sopraffina edizione illustrata e numerata dalla “Scuola del libro” di Urbino – attnede ancora una seconda edizione.
“Il caso Manders” era naturalmente la sua prima esperienza col giallo o poliziesco: molti anni dopo, quando già il commissario Boffa aveva concluso molte inchieste, Luciano confidava ai suoi amici, fra cui chi scrive, di essersi molto divertito intraprendendo questa nuova via del giallo con la solo compagnia dei ricordi dei libri di Conan Doyle e della Christie e di una guida di Londra.
Chi scrive meno di ogni altra cosa vuol rubare il mestiere ai critici, di cui non possiede lo statuto; e tuttavia crede di poter dire che il libro – quale ormai l’appendice finalmente è diventata – possiede una sua grazia acerba ed in questo senso è davvero l’incunabolo del “Caso Lolli”, e che con esso Luciano ha dimostrato quanto potesse mettere a buon profitto la compagnia delle due grandi ombre sopra evocate, senza alcun dubbio più che quella della guida di Londra.
Al giovane e valente illustratore Andrea Crostelli anche noi abbiamo dato due guide: il testo anselmiano, naturalmente, ed una nota pubblicazione sulla swinging London degli anni ’60. Ci pare che anche lui abbia saputo trarre buon profitto dall’uno e dall’altra.
Alla saggezza e alla cortesia dei fratelli di Luciano – gelosi e intelligenti custodi della sua memoria – dobbiamo la più viva riconoscenza per aver consentito la riproduzione, oltre che del “Caso Manders”, delle altre scritture ‘in giallo’ che completano il volume.
Abbiamo potuto trasceglierle fra molte altre – talora forse pubblicate sui quotidiani, tal’altra no – e abbiamo scelto in base a quella che ci è parsa la “felicità sorgiva” del rapido intervento critico anselmiano, attento più alla omogeneità e fraternità del soggetto che non alla filologia.
Ci è parso questo il modo migliore per rendere vivo un lavoro ed un libro che non vogliono essere (soltanto) una ricordanza.

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