Dove è il peccato è Dio.

Viene qui riprodotta la prima e ad oggi unica edizione del romanzo, uscita per i tipi di Campitelli editore in Foligno nel 1922. Sono stati soltanto normalizzati gli accenti e corretti i refusi del tutto evidenti; in un solo caso, nel quale tale evidenza avrebbe potuto essere meno percepibile – riguardando il refuso una parola del vernacolo senigalliese – è stata apposta una nota a piè di pagina.
Il testo si presenta adornato ed arricchito della compresenza delle fotografie di Mario Giacomelli. Giova appena avvertire – e lo si fa soltanto per scrupolo di assoluta chiarezza – che non si tratta di una impossibile “illustrazione fotografica” del romanzo: si tratta, al contrario, della testimonianza di un “percorso parallelo”, attuato con un medium diverso, distanziato dai tempo del romanzo di diversi decenni.
E tuttavia non può non colpire l’attinenza e la straordinaria concordanza fra i due percorsi, narrativo e fotografico, quanto a luoghi, paesaggi, costumi, climi, atmosfere, per cui è difficile sottrarsi all’impressione che essi si corrispondano e si parlino, al di là del diaframma temporale. Proprio per evitare ogni confusione senza impedire questo dialogo le foto sono state disposte nel libro in modo da non interrompere mai il flusso del raccontare pucciniano, ma da seguirne il ritmo, rispettarne le pause, secondarne il respiro.

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Il caso Manders e altre scritture gialle


“Il caso Manders” – questo recupero anselmiano di cui siamo un po’ orgogliosi, rendendone il maggior merito a Massimo Carloni – uscì a puntate settimanali sull’allora “Voce Adriatica” (ora “Corriere Adriatico”) dal 5 settembre al 15 novembre 1965.
Crediamo che ben pochi abbiano letto integralmente questo “romanzo giallo a puntate” (forse una delle ultime ‘appendici’ nella storia di questo glorioso strumento di comunicazione di massa, che si andava esaurendo). Fra l’altro la pubblicazione delle puntate non fu neanche ancorata ad un unico giorno della settimana, cui i volenterosi lettori potessero fare riferimento, perché, mentre le prime puntate apparvero di domenica, le ultime, non ostanti i contrari e depistanti annunci, apparvero di lunedì: come fosse possibile in queste condizioni seguire il plot di un mystery resta a sua volta un mistero.
All’epoca Luciano Anselmi era, oltre che giornalista militante, il trentenne autore di un solo libro, quel “Niente sulla piazza” che – pubblicato in una sopraffina edizione illustrata e numerata dalla “Scuola del libro” di Urbino – attnede ancora una seconda edizione.
“Il caso Manders” era naturalmente la sua prima esperienza col giallo o poliziesco: molti anni dopo, quando già il commissario Boffa aveva concluso molte inchieste, Luciano confidava ai suoi amici, fra cui chi scrive, di essersi molto divertito intraprendendo questa nuova via del giallo con la solo compagnia dei ricordi dei libri di Conan Doyle e della Christie e di una guida di Londra.
Chi scrive meno di ogni altra cosa vuol rubare il mestiere ai critici, di cui non possiede lo statuto; e tuttavia crede di poter dire che il libro – quale ormai l’appendice finalmente è diventata – possiede una sua grazia acerba ed in questo senso è davvero l’incunabolo del “Caso Lolli”, e che con esso Luciano ha dimostrato quanto potesse mettere a buon profitto la compagnia delle due grandi ombre sopra evocate, senza alcun dubbio più che quella della guida di Londra.
Al giovane e valente illustratore Andrea Crostelli anche noi abbiamo dato due guide: il testo anselmiano, naturalmente, ed una nota pubblicazione sulla swinging London degli anni ’60. Ci pare che anche lui abbia saputo trarre buon profitto dall’uno e dall’altra.
Alla saggezza e alla cortesia dei fratelli di Luciano – gelosi e intelligenti custodi della sua memoria – dobbiamo la più viva riconoscenza per aver consentito la riproduzione, oltre che del “Caso Manders”, delle altre scritture ‘in giallo’ che completano il volume.
Abbiamo potuto trasceglierle fra molte altre – talora forse pubblicate sui quotidiani, tal’altra no – e abbiamo scelto in base a quella che ci è parsa la “felicità sorgiva” del rapido intervento critico anselmiano, attento più alla omogeneità e fraternità del soggetto che non alla filologia.
Ci è parso questo il modo migliore per rendere vivo un lavoro ed un libro che non vogliono essere (soltanto) una ricordanza.

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