Il romanzo di Senigallia

Il romanzo di Senigallia è la microscopia di una storia d’amore e di un ideale e reale ritorno alla propria città, che diventa una città-utero. Il paesaggio dell’infanzia lentissimamente filtrato nel corpo diventa incancellabile come il tempo favoloso di una vita. Da questo stato d’animo muovono le opere più resistenti, che dirottano dal conclamato verghiamo verso un solipsismo angosciato in simbiosi con un paesaggio urbano cupo ed espressionisticamente contratto. Che è il Puccini “moderno” da recuperare, secondo la tesi di questo libro che taglia decisamente il nodo del Cola, opera di peso ma in difetto di sintonia con i temi “obbligati” della storia.

Sandro Genovali coltiva da sempre, in parallelo, critica letteraria e figurativa. Una tesi di laurea sulle Illuminations di Rimbaud e una lunga permanenza a Parigi lo portano, come un corollario, a uno studio sulle Fleurs du mal di Baudelaire (Baudelaire o della dissonanza) edito da La Nuova Italia di Firenze, oltre a una ricerca (inedita) sul Baudelaire critico figurativo (Ingres, un amore refoulè). Nella linea di gusto degli ultimi decenni si è accostato alla letteratura regionale con due saggi pubblicati in opere collettanee presso Il Mulino e Laterza, oltre allo studio su Giovanni Marchetti degli Angelici, poeta neoclassico senigalliese. Ha in cantiere due ricerche di lunga lena, Anamnesi leopardiana (da Leopardi a Proust) che riannoda il tema della memoria delle Illuminations e Il comico assoluto, su uno spunto de L’essence du rire di Baudelaire. Recentemente ha pubblicato un saggio sul grande fotografo senigalliese Mario Giacomelli (Mario Giacomelli o l’evocazione dell’ombra. Milano, Charta, 2002).

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Viaggi in Italia. 1913-1920

Sono stati fra i primi, su questo non c’è dubbio. Primi a compiere i viaggi in Italia (tutta o gran parte di essa) come italiani del nuovo Stato-Nazione inaugurato nel 1861 e completato (o quasi) nel 1870. Prima, di viaggiatori italiani c’erano state soltanto incursioni episodiche su zone limitate: valga per tutti il magnifico “Viaggio elettorale” di De Sanctis (1876).
Che siano stati anche i migliori non oseremmo affermarlo; almeno, non qui.
Ma una cosa è certa: tutti i germi che sarebbero stati in seguito sviluppati dai tanti viaggiatori italiani che li avrebbero seguiti – fino a costituire un preciso sottogenere di prosa italiana “alta” – sono presenti nelle opere di inizio secolo scorso che qui ripresentiamo: tanto quelli in direzione documentario-saggistico-sociologica (esemplificando: Monelli anni ’30; Piovene anni ’50; Soldati, fra i ’60 e i ’70), quanto, all’altro capo della scala, quelli in direzione lirico-romanzesca, tutti attenti ai pensieri ed ai trasalimenti del cuore, ai gusti ed alle idiosincrasie del narratore-protagonista, nonché alla costruzione o ricostruzione di personaggi, più o meno fantastici (sempre e solo esemplificando: Cardarelli e Comisso, anni ’30; Cernetti, primi anni ’80).
Così ricchi e carichi del loro futuro come sono, i due testi di Panzini e Puccini ci restituiscono un’immagine dell’Italia oggi desueta, ma proprio per questo, forse, ancor più attuale: proprio perché carica di tutte quelle possibilità di sviluppo che si sono in qualche modo realizzate, ma anche di quelle, tante!, che viceversa non si sono poi realizzate, talora a nostro vantaggio, più spesso – crediamo – a nostro danno.
Considerando i due testi nel loro complesso, la resa della temperie italiana del secondo decennio del secolo scorso è perfetta: nessuna corrente ideale, nessun lievito vitale, nessuna direzione di sviluppo, nessun evento gravido di futuro è trascurato o dimenticato, con una sola grande eccezione: la guerra.
Per il testo panziniano il motivo è semplice: il suo nucleo originario è precedente, il viaggio è stato compiuto nel 1913; rielaborandolo per la pubblicazione su rivista, scoppiata già la guerra (ma con l’Italia ancora in pace), Panzini non volle che di questa il libro fosse specchio, anche se i toni dovettero risultare meno sereni e più cupi dell’impostazione originaria; e questa tendenza si accentuò, naturalmente, all’atto della pubblicazione in volume (1919). Diverso il caso di Puccini: uscito indenne dalla grande fornace, aveva per il momento chiuso tutti i conti con la guerra con ben tre libri (“Dal Carso al Piave”; “Come ho visto il Friuli”; “Davanti a Trieste”), per cui questo libro della fine del 1920 (come l’autobiografia breve che di qualche mese lo precede) la guerra lascia completamente da parte.
Ma giudicheranno i lettori di oggi quale massa e forza di fermenti vitali siano compresse nei due testi affiancati.
Un’ultima parola sui rapporti intercorsi fra i due scrittori e i due testi. Il prestito pucciniano nella struttura del libro rispetto al prototipo panziniano è per un verso innegabile: il viaggio in Italia, col mezzo ferroviario ormai popolare, di un letterato di mezza età, con molteplici incontri in luoghi diversi, persino l’identica partenza da Milano… Per altro verso, esso è totalmente legittimo: nel contenitore prestato è versato un contenuto assolutamente nuovo, percorso, rispetto alla serenità di fondo panziniana, da una sottile, inesausta inquietudine, che talora giunge quasi alle soglie dello smarrimento e dell’angoscia.
Del resto, il prestito era più che gradito a chi lo concedeva: il rapporto fra i due scrittori, nato precocemente e quasi unilateralmente fra un Panzini di mezza età ed un Puccini ventenne nel 1907 – anno cruciale in cui uscirono il settimo libro di narrativa del primo ed il primo libro del secondo -, cementatosi nel 1913-15 (Puccini editore di Panzini), non fu mai così vivo e cordiale e fecondo come precisamente in questo periodo (1919 – 21) in cui apparvero in volume i due testi qui ripresentati. E converrà ancora ricordare che fu proprio in questo periodo che Puccini pilotò il comune passaggio dei due Autori sotto le insegne di Arnoldo Mondatori Editore; il che segnò il destino editoriale di Alfredo Panzini per tutto il ventennio successivo.

Il volume ripropone, intercalando il testo con immagini d’epoca dei luoghi citati, i romanzi Viaggio di un povero letterato (1919) di Panzini e Viva l’anarchia! (1920) di Puccini.
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Giobbe Tuama & C. Una inchiesta del commissario De Vincenzi

Il volume è la ristampa della prima è unica edizione di questo libro apparso nel 1936 per i tipi delle Edizioni Minerva, Collana Poliziesca n° 2, diretta dallo stesso De Angelis.

Impreziosito dalla lussuosa sovracoperta a colori, una tavola originale del Maestro Giorgio Tabet che alla luminosa età di 96 anni ci ha regalato uno scorcio vivido e pulsante della Milano culturale degli anni ’30 – di cui è stato attivo testimone – e dai ricchi apparati critici e introduttivi, il libro può considerarsi un’opera originale che vuole contribuire a riscoprire e valorizzare la figura di De Angelis, maestro indiscusso del giallo italiano.

La prefazione di Gian Franco Orsi, già storico direttore del Giallo Mondadori e indiscussa autorità del genere, introduce la storia vista dall’angolazione del protagonista, il commissario De Vincenzi, l’appendice bio-bibliografica di Roberto Pirani, vero nume tutelare della bibliografia gialla, autore del fondamentale Dizionario Bibliografico del giallo, traccia con la consueta dovizia di particolari la figura e l’opera dell’autore, mentre la nota critica di Franco Migliaccio, critico d’arte, professore di storia contemporanea all’Accademia di Brescia, ci racconta del Tabet mago dell’illustrazione, sue le memorabili copertine degli Omnibus Mondadori, e d

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Dove è il peccato è Dio.

Viene qui riprodotta la prima e ad oggi unica edizione del romanzo, uscita per i tipi di Campitelli editore in Foligno nel 1922. Sono stati soltanto normalizzati gli accenti e corretti i refusi del tutto evidenti; in un solo caso, nel quale tale evidenza avrebbe potuto essere meno percepibile – riguardando il refuso una parola del vernacolo senigalliese – è stata apposta una nota a piè di pagina.
Il testo si presenta adornato ed arricchito della compresenza delle fotografie di Mario Giacomelli. Giova appena avvertire – e lo si fa soltanto per scrupolo di assoluta chiarezza – che non si tratta di una impossibile “illustrazione fotografica” del romanzo: si tratta, al contrario, della testimonianza di un “percorso parallelo”, attuato con un medium diverso, distanziato dai tempo del romanzo di diversi decenni.
E tuttavia non può non colpire l’attinenza e la straordinaria concordanza fra i due percorsi, narrativo e fotografico, quanto a luoghi, paesaggi, costumi, climi, atmosfere, per cui è difficile sottrarsi all’impressione che essi si corrispondano e si parlino, al di là del diaframma temporale. Proprio per evitare ogni confusione senza impedire questo dialogo le foto sono state disposte nel libro in modo da non interrompere mai il flusso del raccontare pucciniano, ma da seguirne il ritmo, rispettarne le pause, secondarne il respiro.

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Il caso Manders e altre scritture gialle


“Il caso Manders” – questo recupero anselmiano di cui siamo un po’ orgogliosi, rendendone il maggior merito a Massimo Carloni – uscì a puntate settimanali sull’allora “Voce Adriatica” (ora “Corriere Adriatico”) dal 5 settembre al 15 novembre 1965.
Crediamo che ben pochi abbiano letto integralmente questo “romanzo giallo a puntate” (forse una delle ultime ‘appendici’ nella storia di questo glorioso strumento di comunicazione di massa, che si andava esaurendo). Fra l’altro la pubblicazione delle puntate non fu neanche ancorata ad un unico giorno della settimana, cui i volenterosi lettori potessero fare riferimento, perché, mentre le prime puntate apparvero di domenica, le ultime, non ostanti i contrari e depistanti annunci, apparvero di lunedì: come fosse possibile in queste condizioni seguire il plot di un mystery resta a sua volta un mistero.
All’epoca Luciano Anselmi era, oltre che giornalista militante, il trentenne autore di un solo libro, quel “Niente sulla piazza” che – pubblicato in una sopraffina edizione illustrata e numerata dalla “Scuola del libro” di Urbino – attnede ancora una seconda edizione.
“Il caso Manders” era naturalmente la sua prima esperienza col giallo o poliziesco: molti anni dopo, quando già il commissario Boffa aveva concluso molte inchieste, Luciano confidava ai suoi amici, fra cui chi scrive, di essersi molto divertito intraprendendo questa nuova via del giallo con la solo compagnia dei ricordi dei libri di Conan Doyle e della Christie e di una guida di Londra.
Chi scrive meno di ogni altra cosa vuol rubare il mestiere ai critici, di cui non possiede lo statuto; e tuttavia crede di poter dire che il libro – quale ormai l’appendice finalmente è diventata – possiede una sua grazia acerba ed in questo senso è davvero l’incunabolo del “Caso Lolli”, e che con esso Luciano ha dimostrato quanto potesse mettere a buon profitto la compagnia delle due grandi ombre sopra evocate, senza alcun dubbio più che quella della guida di Londra.
Al giovane e valente illustratore Andrea Crostelli anche noi abbiamo dato due guide: il testo anselmiano, naturalmente, ed una nota pubblicazione sulla swinging London degli anni ’60. Ci pare che anche lui abbia saputo trarre buon profitto dall’uno e dall’altra.
Alla saggezza e alla cortesia dei fratelli di Luciano – gelosi e intelligenti custodi della sua memoria – dobbiamo la più viva riconoscenza per aver consentito la riproduzione, oltre che del “Caso Manders”, delle altre scritture ‘in giallo’ che completano il volume.
Abbiamo potuto trasceglierle fra molte altre – talora forse pubblicate sui quotidiani, tal’altra no – e abbiamo scelto in base a quella che ci è parsa la “felicità sorgiva” del rapido intervento critico anselmiano, attento più alla omogeneità e fraternità del soggetto che non alla filologia.
Ci è parso questo il modo migliore per rendere vivo un lavoro ed un libro che non vogliono essere (soltanto) una ricordanza.

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